sabato 2 luglio 2011

La rivoluzione del cibo

da merce a risorsa ecologicamente sostenibile

di Lorenzo Braghieri, @mail, pagina Facebook






La delicata questione del cibo è senza dubbio ricca di molti risvolti e si snoda su tre grandi fronti: quello socio-economico, quello sanitario e quello ambientale. La domanda più importante che dobbiamo porci è se il nostro modello alimentare attuale sia sostenibile. Da questa prospettiva, la radice di tutti i problemi sta nel fatto che il sistema capitalistico ha portato a considerare anche ciò che mangiamo alla stregua di una merce qualunque, sottomettendolo alle logiche del profitto.

CIBO E SALUTE



Innumerevoli ricerche mediche hanno appurato che l'alimentazione costituisce un aspetto decisivo della nostra salute e, in particolare, nella prevenzione di malattie tumorali, cardiovascolari, del diabete, che l'OMS stima tra i disturbi più diffusi nei paesi industrializzati. Ad esempio, una dieta corretta favorisce l'efficienza del sistema immunitario nella lotta contro le cellule tumorali che sono normalmente presenti nel nostro corpo, favorendone l'eliminazione o impedendone la degenerazione.

MODELLI DI VITA



Le nostre abitudini nutrizionali rappresentano qualcosa di più che un semplice modo di mangiare, bensì sono uno stile di vita. Basti pensare che la dieta mediterranea è stata inserita dall'UNESCO fra i patrimoni immateriali dell'Umanità, poiché garantisce il rispetto del territorio e la conservazione di attività simbolo della tradizione culturale dell'Europa meridionale. Inoltre è un regime alimentare ricco di carboidrati a lenta assimilazione, vitamine e sali minerali, ma povero in grassi: per questo la maggior parte degli esperti la suggerisce.


Un'alternativa importante è quella offerta dal vegetarianismo, che rifiuta l'assunzione di cibi animali (alcune forme consentono i derivati); le possibili motivazioni per avvicinarsi a questa "filosofia" sono molteplici:

  • da un punto di vista etico, si vuole evitare di far soffrire altri esseri viventi;


     
  • da un'ottica salutista, è stato provato che la riduzione, o meglio ancora, l'eliminazione della carne fa diminuire il rischio di malattie tumorali (infatti il consumo di tale alimento causa un abbassamento del pH dei liquidi corporei e, in tali condizioni di pH acido, si favoriscono l'invecchiamento e la degenerazione cellulare; oltre a ciò, alcune correnti della storia della medicina rilevano un collegamento tra il dilagare dei casi di cancro e l'affermazione del consumo di massa della carne) e cardiovascolari (apporto di grassi drasticamente ridotto). Inoltre carne e pesce possono essere nutrizionalmente sostituiti da alimenti vegetali;


     
  • da un punto di vista economico, la produzione della carne necessita di consumi d'acqua e di energia (dalle fasi di vita iniziali dell'animale fino al trasporto e alla conservazione) decisamente superiori ai costi dell'agricoltura e deve sfruttare superfici ben più grandi, che diventano col tempo sterili e inutilizzabili per altri tipi di produzione. Soprattutto, è curioso che, per allevare tanti capi di bestiame, si utilizzi una quantità di cereali e legumi (soprattutto soia) tale che si potrebbe sfamare un'ampia fetta della popolazione mondiale. A tal proposito, anche molti esponenti della politica internazionale hanno mostrato a più riprese la loro preoccupazione riguardo alla sostenibilità dell'attuale modello alimentare, consci del fatto che la popolazione cresce a un ritmo superiore a quello dello sviluppo delle risorse. Perciò la proposta vegetariana potrà essere un giorno la risposta alle sfide di un futuro sempre più affamato e sovrappopolato, poiché attenua l'impatto ambientale, riduce gli sprechi e i consumi, può potenzialmente sfamare più persone del sistema presente.



     

UN NUOVO RAPPORTO CON IL CIBO

A prescindere dall'adesione a questo o a quell'altro sistema nutrizionale, si dovrebbe riconoscere al cibo un valore intrinseco che vada oltre quello di scambio. Se infatti la premessa è quella di ritenere il cibo una componente puramente economica, si ammette implicitamente che un consumo maggiore, in quanto generatore di profitto, è un indice positivo; invece, la parola d'ordine delle politiche alimentari future dovrà inevitabilmente essere il "risparmio". Pertanto, all'interno dell'orizzonte capitalistico in cui i privati agiscono in vista di interessi individuali, è necessario che lo stato operi come un arbitro col compito di razionalizzare e rendere sostenibili la produzione e il consumo di cibo.
D'altro canto, l'attuale modo di gestione delle risorse alimentari rispecchia alcune linee tendenziali della mentalità occidentale: precedenza assoluta al profitto, scarsa lungimiranza e consumo indiscriminato.

Ecco perché la sfida è così grande: dobbiamo ridiscutere la nostra relazione con il cibo. Questo è l'obiettivo: arrivare a concepire il cibo come un bene a cui nessuno possa e debba rinunciare, come un prodotto che soddisfi le esigenze di ognuno nel massimo rispetto dell'ambiente, tentando di slegarlo (nei limiti del possibile) da logiche mercantilistiche che andrebbero a sottomettere la gestione di un patrimonio comune al tornaconto di pochi. Infatti, soltanto una politica alimentare sostenibile potrà evitare che gli stati debbano ricorrere a guerre per il controllo delle risorse alimentari. In ultima analisi, occorre ripensare in maniera più etica, solidale e a lungo termine all'amministrazione di un bene, come il cibo, che purtroppo ha dei limiti.

 

1 commento:

  1. Roberto Marchesi3 luglio 2011 01:23

    Complimenti vivissimi a Lorenzo.
    Se non avessi saputo prima che e' di Lorenzo, avrei chiesto su quale enciclopedia era stato preso questo saggio sull'alimentazione.
    A parte il profilo dietetico e' molto interessante il richiamo al fabbisogno mondiale che sovrasta la capacita' di produzione e la stretta connessione di questa problematica all'inefficienza della politica a livello nazionale e (soprattutto) sovranazionale.

    Cav. Roberto Marchesi
    Giornalista e scrittore
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