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domenica 16 giugno 2013

Breve (molto breve) storia dell'Argentina

N.B. - È presente un nuovo post sull'Argentina: sono diapositive che ampliano la descrizione di questo paese. Possono essere mostrate anche a schermo intero.

Colonizzazione


All'inizio del 1500, approdarono in quella che sarà chiamata poi Argentina (Terra Argentea, ricca d'argento) Juan Diaz de Solis e Sebastiano Caboto, e poiché navigavano per la Spagna quella terra divenne colonia spagnola.

La maggior parte delle terre apparteneva alla corona spagnola, ai latifondisti, laici ed ecclesiastici (quest'ultimi avevano circa 1/3 di tutte le terre). Il latifondo costituì l'ossatura economica dell'Argentina per molto tempo. Gli indigeni erano impiegati nel lavoro della terra e nelle miniere. I contadini liberi erano occupati soprattutto nell'allevamento (gauchos).


Indipendenza

A causa delle tasse gravose pretese dalla madrepatria, e prendendo come esempio la guerra di indipendenza condotta dagli Stati Uniti nei confronti dell'Inghilterra, i creoli, discendenti degli europei ma privi di reale potere, proclamarono l'indipendenza nel 1816, che difesero vittoriosamente su una Spagna ormai indebolita anche in Europa. Lo stato federale vero e proprio nacque nel 1853.


All'indipendenza non seguì una grande crescita, come avvenne per gli Stati Uniti, perché qui non esisteva una classe borghese-capitalista, tuttavia l'incremento delle esportazioni verso l'Europa rese l'Argentina uno stato florido, e soprattutto, bisognoso di manodopera e per questo fu favorita ampiamente l'immigrazione, soprattutto contadina. Molti italiani, a varie ondate, raggiunsero questo paese in cerca di fortuna (fra gli altri, Giuseppe Garibaldi nel 1831, che incontrò qui la sua Anita (Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva). L'immigrazione italiana si interruppe soltanto durante il fascismo, ma poi riprese.

Industrializzazione

La svolta verso l'industrializzazione si ebbe a partire dall'ascesa al potere di Juan Domingo Perón, eletto nel 1946, che nazionalizzò una grande quantità di industrie strategiche in mano a capitali stranieri, e promosse lo sviluppo di un'industria leggera volta soprattutto al mercato interno, e contemporaneamente, favorì la redistribuzione del reddito promuovendo l'associazionismo sindacale (se si producono merci è indispensabile che ci siano anche acquirenti!).


Il personaggio di Evita Peron è stato celebrato dal film interpretato da Madonna.
Qui la canzone più famosa Don't cry for me, Argentina nella versione di Joan Baez

Nel 1947, con l'attivismo della moglie Evita, molto popolare in Argentina, introdusse il suffragio universale per le donne. Perón contava, infatti, sul forte legame fra lui e il popolo, grazie al forte carisma suo e di sua moglie. Tale politica, economicamente progressista, non era gradita alle oligarchie del paese, che riuscirono ad estrometterlo: la riduzione delle riserve valutarie da una parte, e quindi una situazione economica meno florida, e l'approvazione della legge a favore dell'aborto, che gli costò nel 1955 la scomunica da parte della Chiesa, destabilizzarono il suo potere e andò in esilio, accolto dalla Spagna di Franco, per evitare lo scoppio di una guerra civile.

Seguì per l'Argentina un ventennio di grande instabilità: la coesione sociale favorita dal peronismo, in mancanza del leader, portò alla frammentazione delle tante correnti all'interno del partito. Le difficoltà interne furono accentuate da una grave siccità che provocò gravissime difficoltà economiche. Il paese provò ad affidarsi nuovamente a Perón.

Nel 1973 si tennero in Argentina le elezioni generali ma anche se a Perón fu impedito di concorrere, gli elettori votarono come presidente un suo sostenitore peronista di sinistra che però si dimise nel luglio dello stesso anno, spianando la strada a nuove consultazioni. Così Perón tornò al suo paese natale e vinse la tornata elettorale divenendo di nuovo nell'ottobre del 1973, affidando alla sua terza moglie Isabel, che era stata una cantante e ballerina di night club, il ruolo di vicepresidente.

Dopo un anno Perón morì improvvisamente di infarto cardiaco, senza essere riuscito ad affrontare i gravi problemi del paese. Gli succedette la moglie Isabel, che era completamente impreparata ad affrontare la guida di un paese, e si affidò a consiglieri della destra del partito peronista. Durante questo periodo, nel tentativo di soffocare la rivolta sociale contro le gravissime condizioni economiche, appoggiò una cruenta repressione.

Giunta militare


Frammento del film "Garage Olimpo". La tortura al tempo della giunta militare.

Nel 1976 Isabel fu deposta con un golpe, e il potere venne assunto da una giunta militare capeggiata da Jorge Rafael Videla. Questo è uno dei periodi più oscuri della storia dell'Argentina. Decine di migliaia di persone, sospettate di appartenere ad organizzazioni che si ritenesse potessero svolgere una qualsiasi attività che interferisse con la politica della Giunta, furono arrestate, portate in centri clandestini di detenzione, dove vennero torturate e poi eliminate, caricandole su aerei e poi gettandole in mare ancora vive (raccontato nel film "Garage Olimpo", di Marco Bechis). Nessuna traccia. Scomparsi. Desaparecidos, come dicono le Madri di Plaza de Mayo, che continuano ancora a manifestare davanti al palazzo del governo, la Casa Rosada di Buenos Aires, in Plaza de Mayo, perché la memoria dei loro figli non sia cancellata.


Alla ricerca dei figli dei desaparecidos

Alcune donne fra gli scomparsi erano gravide, ed è stato accertato che prima di farle sparire i militari abbiano aspettato che partorissero e fatto adottare i loro bimbi da famiglie vicine alla Giunta. Dei 500 bambini nati in quel periodo, un centinaio sono stati rintracciati. Le Nonne di Plaza de Mayo, non si stancano di cercarli.


Un documentario sulla guerra della isole Falkland-Malvinas

Fra il 1981 e il 1983 si susseguirono altri governi militari, e l'ultimo intraprese a scopo propagandistico la scellerata avventura della guerra per la riappropriazione delle isole Falkland/Malvinas. La sconfitta contro la Gran Bretagna portò alla caduta dell'ultimo generale, e il ripristino dei diritti civili e della democrazia.

Ritorno alla democrazia

Il primo presidente eletto dopo il periodo della dittatura, il moderato Raúl Alfonsín, promosse il processo contro i militari golpisti. L'epoca della presidenza di Alfonsin è segnata da una crescente inflazione. Numerose manifestazioni di protesta lo costrinsero alle dimissioni.

Il grande saccheggio


Documentario argentino sulla svendita del Paese


Alle elezioni del 1989 fu eletto Carlos Menem. Uno dei suoi primi atti come presidente fu la concessione della grazia a tutti i politici del precedente governo responsabili del sanguinoso fenomeno dei "desaparecidos", nel nome della riconciliazione. Abbracciò una politica economica di stampo liberista, che, dopo un primo periodo di crescita economica, portò al default l'Argentina. Le cose non migliorarono con i successivi presidenti, fino all'elezione di Nestor Kirchner, nel 2003.

La ripresa

Il nuovo presidente condusse una lotta molto incisiva alla corruzione che dilagava nel paese, ottenne una dilazione dal Fondo Monetario Internazionale per il pagamento del debito, e durante il suo mandato l'economia argentina conobbe una nuova stagione positiva. Destituì i vertici militari compromessi col vecchio regime, impose che i responsabili degli omicidi della giunta golpista fossero processati e condannati (il 22 dicembre del 2010 l'ex capo della Giunta militare argentina, Videla, è stato condannato all'ergastolo per omicidi e torture. È morto in carcere il 17 maggio di quest'anno.).

Dal 2007 il paese è guidato dalla moglie di Nestor Kirchner, Cristina. E le cose non vanno molto bene...

sabato 15 giugno 2013

La globalizzazione del lavoro

Ho dedicato ampio spazio con i miei studenti di seconda superiore al tema della globalizzazione. Al termine delle lezioni, per verificare la comprensione dell'argomento, ho scelto alcuni articoli di attualità che riguardavano diversi aspetti della globalizzazione, come spunti per un breve saggio da svolgere in 20 righe, in classe.

Pubblico qui il lavoro di Andrea, che ha scelto questo tema:

Lo hanno chiamato il “Piano di salvaguardia e razionalizzazione dell’assetto di Indesit Company in Italia” ma si tradurrà in una delocalizzazione in Turchia e Polonia, con conseguente sovrannumero dei lavoratori: 1425 unità. Indesit è il marchio italiano degli elettrodomestici nel mondo.

Parla del lavoro nell'era della globalizzazione, dal punto di vista dei lavoratori, nel mondo occidentale e nei paesi in via di sviluppo. E anche dal tuo punto di vista, mentre guardi al futuro.
(I link e le immagini sono una mia scelta)



La globalizzazione economica ha causato una delocalizzazione delle imprese, ovvero, le grandi multinazionali hanno spostato la loro produzione dai paesi più sviluppati ai paesi più poveri, Europa orientale e Asia, soprattutto.

Se questo inizialmente può sembrare un vantaggio, perché sono creati nuovi posti di lavoro in paesi arretrati, che così possono progredire, non lo è affatto, perché i lavoratori non sono trattati nel rispetto dei diritti più elementari.

La Foxconn, dove sono prodotti gli iPhone

Se un operaio in Germania guadagna in media 18 euro all'ora, in Asia la media è di 20 centesimi di euro, e questo comporta un'enorme riduzione del costo del lavoro per l'impresa. Inoltre i lavoratori non hanno una pensione, né assicurazioni, non possono aderire a scioperi e in alcuni paesi neanche godono dei diritti sanciti dall'OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro). E anche l'ambiente di lavoro è pessimo.


La tragedia di Dacca, in Bangladesh

Per non pagare i contributi sono sfruttati anche i bambini e anch'essi sono sottoposti a condizioni durissime.

Denuncia del lavoro minorile


Infine, in questi paesi c'è un disagio tale che se qualcuno, stanco dei maltrattamenti si volesse licenziare, ci sarebbero tantissimi disperati pronti a lavorare anche a condizioni peggiori.

La delocalizzazione delle imprese provoca nei paesi più avanzati l'aumento della disoccupazione nel settore industriale, mentre nel terziario sono sempre più diffusi i contratti precari, incerti sulla durata, a minor salario, senza assicurazioni. In tal modo è difficile per i giovani fare progetti per il futuro.

Call center

Molti giovani, con una buona istruzione, preferiscono lasciare l'Italia perché non vedono prospettive lavorative adeguate nel nostro paese, che risente più di altri dell'attuale crisi economica. E la Germania, ad esempio, è pronta ad accoglierli. Anch'io immagino così il mio futuro, lontano dall'Italia.





lunedì 4 febbraio 2013

Il “contagio” consapevole

Dalla crisi della finanza privata alla crisi della finanza pubblica, 2007-2012


Fabrizio Di Benedetto
dottorando di diritto dell’UE presso la Statale di Milano


Premesso che per me è un azzardo tentare un’analisi della crisi finanziaria ed economica, perché l’economia non è il mio mestiere, mi butto in questa impresa non per offrire verità che non posso fornire (ammesso e non concesso che esistano e che le possano dare gli stessi economisti) ma spunti di riflessione che, pur imperfetti, parziali e deficitari, spero possano essere uno stimolo per chi legge.


immagine wikipedia

Quante volte si è sentito parlare, in questi anni, di “contagio”. La crisi finanziaria del 2007-2008, quella iniziata con il fallimento di Lehman Brothers, si è mossa dagli Stati Uniti all’Europa in modo molto repentino e ha investito prima la finanza privata europea e poi la finanza pubblica, soprattutto degli Stati dell'Eurozona. Gli anni che abbiamo alle spalle ci permettono ora, pur non senza qualche incertezza, di cercare di capire quanto è successo, seguendo la scansione degli eventi.


una delle banche fallite in seguito alla crisi dei subprime, foto guardian

Partiamo dall’arrivo in Europa della crisi della finanza privata. I subprime, ossia titoli il cui andamento era collegato alla capacità degli americani meno ricchi di pagare i propri debiti (ad esempio il mutuo di casa), crollarono di valore quando fu chiaro che gli americani delle classi di reddito medio-basse non avrebbero potuto onorare i loro obblighi con le banche. A cascata questo investì man mano banche e finanziarie americane e, dati i rapporti patrimoniali e finanziari fra queste e le banche europee, gli istituti di credito europei.
Per far fronte a questa crisi della finanza privata, le banche europee dovettero adottare misure strutturali (come aumenti di riserve o di capitale sociale) e perciò ridurre il credito a pubblica amministrazione, imprese e cittadini. La crisi di liquidità, ovvero la riduzione della moneta in circolo, era dovuta anche ad una minore fiducia fra le stesse banche. Nessun istituto di credito poteva più essere certo che la banca con cui trattava non avesse “in pancia” titoli spazzatura.


le gru: emblema dello sviluppo immobiliare spagnolo

Questa crisi del circolante fece venire allo scoperto le forti debolezze di alcuni paesi europei che, fino a poco tempo prima, potevano nasconderle grazie alla complicità delle banche. Si pensi alla difficoltà dei greci di ripagare il loro debito, privato e pubblico, alla debolezza della crescita spagnola fondata sostanzialmente sull’edilizia e non su fattori che danno prospettive di crescita reale sul lungo periodo, alla situazione portoghese e italiana, ossia paesi con alti livelli di disoccupazione e bassa crescita da più di 10 anni, come anche si pensi alla debolezza della crescita irlandese fondata sul terziarLagarde e Draghi a capo rispettivamente del FMI e della BCEio (soprattutto sulla finanza). I settori dell’economica privata di questi paesi sono crollati e si sono portati con loro la finanza pubblica che non poteva certo intervenire ad aiutarli.

Lagarde e Draghi a capo rispettivamente del FMI e della BCE

In una situazione di accesso al credito quasi inesistente, che rendeva evidenti le criticità degli Stati europei più deboli, gli investitori internazionali (non solo le banche ma anche i grandi fondi sovrani arabi e i grandi fondi pensione americani) hanno cominciato a dubitare della capacità degli Stati di restituire il proprio debito pubblico. Esempio lampante di ciò fu la Grecia che, dal 2009 in poi, ha dovuto rinegoziare il debito, chiedere aiuti agli Stati europei, al FMI e alla BCE per onorare il suo debito pubblico, fino al taglio dello stesso avvenuto fra il 2011 e il 2012.


2011, l'anno nero dello spread in Italia. Immagine rischiozero

Certo, la lentezza con cui l’Unione europea e gli Stati cosiddetti forti, come la Germania, sono intervenuti (con aiuti alle banche e agli Stati per permettere che le transazioni sul mercato avvenissero con maggior fiducia) ha contribuito solo ad acuire le paure degli investitori internazionali i quali hanno cominciato a fuggire dai titoli di debito dei paesi europei meno forti. Prima la Grecia, poi il Portogallo, poi l’Irlanda, la Spagna e infine l’Italia hanno visto il loro spread (la differenza fra quanto un paese paga di interessi sul proprio debito pubblico e quanto paga la Germania, presa come punto di riferimento quale paese più stabile) schizzare a livelli mai visti. Nell’autunno 2011 l’Italia pagava il 6% in più della Germania i suoi titoli di debito pubblico decennali, arrivando ad emettere obbligazioni ad un tasso di interesse del 9%.


Nell’estate di quell’anno Deutsche Bank, grande banca privata tedesca, vendette in pochi giorni 9 mld di Euro di titoli italiani. Una grossa cifra. Tuttavia, se consideriamo che l’Italia ogni anno rinnova obbligazioni pubbliche per 400-450 mld di Euro, si comprende che non possono essere singoli comportamenti di singoli soggetti ad aver provocato la crisi del debito pubblico, in questo caso, italiano. In seguito, però, altri investitori hanno seguito l'esempio della Germania.
Si può biasimare l’atteggiamento degli investitori internazionali che in massa hanno venduto titoli del debito pubblico di alcuni Stati europei?


AIG, assicurazioni e scandali finanziari. Foto assinews

In parte sì, in parte no.
Sì perché alcuni di questi sono stati per anni complici degli Stati europei più deboli, hanno finanziato spesso la loro crescita (si guardi a Spagna e Grecia in primis) senza che questi impegnassero i soldi che venivano prestati in progetti che garantissero una crescita di lungo periodo (infrastrutture, istruzione, ricerca scientifica, industria).
No perché gli Stati, e le popolazioni di questi paesi, erano ben consci delle politiche economiche che stavano intraprendendo. Hanno goduto dell’introduzione dell’Euro, e dei bassi tassi di interesse derivanti da questo, per aumentare la spesa pubblica improduttiva anziché investire in politica industriale vera e propria.
Molti grandi investitori globali, penso ai già citati fondi pensione americani, non possono certo essere ritenuti colpevoli della crisi del debito europeo. Il loro compito è quello di salvaguardare i risparmi dei lavoratori e, se investendo in Europa questi risparmi sono male investiti, è bene che vendano in Europa e acquistino altrove titoli più affidabili.


lo sfruttamento della manodopera e l'inquinamento si spostano dall'Europa all'Asia; foto ecoo

Una crisi della finanza privata americana, provocata dalla spregiudicatezza di alcuni istituti di credito e dal laissez faire del governo americano, ha coinvolto la finanza privata europea, le banche europee spesso altrettanto spregiudicate. Questo però ha provocato una crisi di liquidità tale da far emergere le difficoltà di alcuni Stati dell’Eurozona i quali, trovandosi in difficoltà nel reperire il credito, hanno iniziato ad avere problemi nel gestire le proprie entrate e poi nel ripagare il loro debito pubblico. Debito pubblico che in questi Stati è, non solo, altissimo ma cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni che, è risaputo, sono stati anni di bassa crescita economica (vedi Italia e Portogallo) o di crescita economica falsata (come in Spagna, Irlanda e Grecia). Anni in cui questi paesi hanno speso non per modificare nel profondo la struttura industriale del loro paese (come ha fatto la Germania), davanti alle nuove sfide della globalizzazione che porta le produzioni ad alta intensità di lavoro in Asia, ma per aumentare la spesa pubblica corrente (quella di tutti i giorni) senza investire in innovazione, istruzione e ricerca.


il premier Mario Monti; foto, molto ritoccata, sky

La crisi finanziaria, prima privata e poi pubblica, diventata crisi economica è, in poche parole, un concorso di colpa. Fra finanza senza pudore e amministratori pubblici altrettanto spudorati. Ma neanche i cittadini, da cui la politica trova legittimazione, possono ritenersi del tutto innocenti, perché consapevoli di ciò che accadeva e, troppo spesso, insensibili davanti a precisi segnali di degrado della gestione della cosa pubblica. La crisi economica, non a caso, è diventata col tempo anche crisi politica e di rappresentanza (si pensi alle elezioni ripetute in Grecia e al governo "tecnico" in Italia).

Il contagio con cui si è iniziato questo breve scritto è stato per lo più consapevole infezione, provocata da Stati (gli Stati intesi come comunità internazionale) che hanno creduto troppo a lungo nelle capacità autoregolative del mercato e da istituti finanziari che hanno sfruttato l’assenza di regolazione per perseguire i propri interessi. Provocata da politici che hanno guardato al guadagno (economico ed elettorale) di breve periodo e da cittadini che hanno preferito seguire le loro vane promesse piuttosto che affrontare problemi che nei loro paesi non venivano affrontati da decenni, come quello della riconversione industriale e delle politiche a favore della coesione territoriale (si pensi a ciò che è successo negli ultimi 20 anni all’Est della Germania e a ciò che non è successo al sud di Italia e Spagna in un arco temporale ben più ampio).

La crisi verrà superata, la BCE dice, già nel 2013, ma sarà capace di tornare se gli Stati non si renderanno conto che il mercato ha bisogno della loro mediazione, come unici attori che possono tutelare l’interesse collettivo e definire strategie industriali di lungo periodo, e soprattutto se i cittadini non prenderanno coscienza della necessità di eleggere fra loro i più competenti e i più onesti, per quanto la perfezione non sia cosa umana, per gestire la cosa pubblica che, allora sì, potrà assumere quel ruolo di mediazione fra interessi particolari e interessi generali.


martedì 3 luglio 2012

Agricoltura


Passare tutto il giorno a esplorare il territorio per procurarsi il cibo non lasciava molto tempo ai nostri progenitori cacciatori-raccoglitori per riflettere sul senso della vita e per occuparsi di scienza! La rivoluzione agricola ha significato quindi un passo fondamentale per l'evoluzione sociale. La possibilità di gestire delle eccedenze e la divisione del lavoro hanno permesso grandi progressi e, nell'immediato, una minore precarietà dell'esistenza e un incremento demografico notevole. Si introduce però in natura un elemento artificiale ad alto impatto ambientale che, col tempo, ha assunto dimensioni gigantesche:

  • l'imponente disboscamento, per lasciare il posto ai campi coltivati; 
  • la desertificazione dei suoli, causata dall'agricoltura itinerante; 
  • la selezione di poche specie utili al fabbisogno alimentare, con riduzione della biodiversità; 
  • l'impiego di sostanze chimiche per aumentare la produttività dei terreni nell'agricoltura intensiva: 
    • i fertilizzanti, responsabili del fenomeno dell'ipertrofizzazione delle acque dei laghi e dei mari;
    • i pesticidi rivolti contro i parassiti e le erbe infestanti: causano un grave inquinamento delle acque di falda e, per gli antiparassitari, una drastica riduzione delle popolazioni di insetti utili;
    •  fitofarmaci per far fronte alle infezioni che inevitabilmente colpiscono le colture; 
  •  l'assorbimento di ingenti quantità di acqua per l'irrigazione. 
 È altissimo dunque il prezzo che si deve pagare all'agricoltura, ma è altresì vero che essa è necessaria al soddisfacimento delle esigenze alimentari di un'umanità sempre più numerosa.

Qui di seguito alcune questioni rilevanti che alimentano il dibattito sul presente e sul futuro dell'agricoltura.


AGRICOLTURA BIOLOGICA


 L'impegno di chi fa agricoltura biologica è di limitare al massimo l'uso delle sostanze chimiche:
  • in luogo dei fertilizzanti chimici si usa il letame e, soprattutto, la rotazione dei terreni; 
  • la lotta ai parassiti è fatta con insetti o altri organismi antagonisti; 
  • l'eliminazione delle erbe infestanti è fatta a mano o con macchine e non con diserbanti chimici; 
  • l'allevamento è effettuato con tecniche che rispettano il benessere degli animali, che sono nutriti con prodotti vegetali ottenuti secondo i principi dell'agricoltura biologica. 
Questa agricoltura si basa su aziende non molto grandi i cui prodotti sono destinati al mercato locale per evitare l'impiego dei carburanti per il trasporto a grandi distanze.

I limiti di queste pratiche sono le rese inferiori e i costi superiori, ma hanno il pregio di preservare i terreni dall'eccessivo sfruttamento e di ridurre l'impatto ambientale, anche in termini di riduzione delle emissioni di CO2.

ORGANISMI GENETICAMENTE MODIFICATI (OGM) 

Gli OGM sono organismi ai quali, con metodi ingegneristici, è stato modificato il codice genetico, introducendo geni provenienti da altri organismi, che possiedono una qualche caratteristica che può essere vantaggiosa.

Le tecniche utilizzate derivano dalla pratica, collaudata da decenni, di far produrre a organismi biomolecole a uso farmacologico, la prima delle quali è stata l'insulina per i diabetici.

Le colture transgeniche più rilevanti dal punto di vista economico sono il mais, la soia, la colza e il cotone. I principali geni interessati sono quelli per la resistenza agli insetti parassiti e per la tolleranza ai diserbanti.

La resistenza agli insetti è indotta mediante incorporazione di un gene del Bacillus thuringiensis (Bt), che vive nel terreno. Quando viene ingerito mediante vegetali contaminati, il batterio libera delle tossine (innocue per gli esseri umani) che danneggiano il tratto digerente delle larve di Ditteri come le zanzare o causando nei bruchi di molti Lepidotteri una malattia paralitica. Il batterio è utilizzato per la lotta biologica agli insetti parassiti delle piante.

I diserbanti sono prodotti dell'industria chimica che permettono di eliminare le piante che infestano i campi agricoli, che riducono le rese dei terreni, perché sottraggono nutrienti. In genere l'azienda produce sia il diserbante sia le sementi GM tolleranti a quel diserbante, ottenendo un doppio introito e legando l'agricoltore a doppio filo.

La disputa pro e contro gli OGM è serrata. Propongo qui due video, entrambi molto istruttivi.

Il Mondo Secondo MONSANTO è un documentario sull'attività della multinazionale Monsanto, che attualmente possiede il 90% del mercato degli OGM presenti nel mondo;


Mostri nel piatto o risorsa per il futuro? è un video relativo a una conferenza di Dario Bressanini, che cura il blog Scienza in cucina su Le Scienze, nemico dei pregiudizi e della cattiva informazione, ma decisamente schierato a favore degli OGM.



PRODUZIONE DI BIOCARBURANTI 

L'alto prezzo del petrolio e la riduzione delle sue riserve hanno esercitato una spinta propulsiva per la ricerca di fonti energetiche alternative. Per i carburanti si è pensato di ricorrere ai prodotti dell'agricoltura (grano, mais, bietola, canna da zucchero, ecc.) che, opportunamente trasformati, permettono di ottenere bioetanolo in luogo della benzina, e il biodiesel in luogo del gasolio, oltre ad altri composti.

È pur vero che i biocombustibili si ottengono da fonti rinnovabili, ma per ottenerli richiedono l'impiego di vasti terreni che sono sottratti all'agricoltura per l'alimentazione. Per soddisfare la domanda di carburanti in Italia, ad esempio, si stima un ipotetico bisogno di 40 milioni di ettari per alimentare i veicoli italiani a biodiesel secondo la Coldiretti, ma l'intera superficie agricola italiana è di soli 13 milioni di ettari. In una analoga situazione sono messi tutti i paesi più industrializzati.

Ma dove sono reperiti i terreni da impiegare a questo scopo? Nei paesi del Sud del mondo, ovviamente, dove, da qualche anno, vi è una corsa all'accaparramento della terra da parte di grandi investitori per la produzione di biocarburanti, di mangimi per gli allevamenti intensivi, di cereali pregiati: tutta merce per i paesi più sviluppati. Anche l'Italia partecipa a questa corsa, precisamente in Senegal.

Togliere ai poveri per dare ai ricchi, giusto? In questo modo prosegue lo spopolamento delle campagne; e dalla miseria delle baraccopoli delle periferie del Terzo mondo poi si generano eserciti di migranti che, tentando di approdare ai nostri lidi, saranno reclusi nei lager chiamati ironicamente centri di accoglienza e rispediti ai loro paesi: ci sono le leggi contro le immigrazioni economiche, no? Viviamo in un mondo a rovescio.

Il servizio di Report Corsa alla terra mostra quali sono le conseguenze sui contadini del land grabbing.


sabato 2 luglio 2011

La rivoluzione del cibo

da merce a risorsa ecologicamente sostenibile

di Lorenzo Braghieri, @mail, pagina Facebook






La delicata questione del cibo è senza dubbio ricca di molti risvolti e si snoda su tre grandi fronti: quello socio-economico, quello sanitario e quello ambientale. La domanda più importante che dobbiamo porci è se il nostro modello alimentare attuale sia sostenibile. Da questa prospettiva, la radice di tutti i problemi sta nel fatto che il sistema capitalistico ha portato a considerare anche ciò che mangiamo alla stregua di una merce qualunque, sottomettendolo alle logiche del profitto.

CIBO E SALUTE



Innumerevoli ricerche mediche hanno appurato che l'alimentazione costituisce un aspetto decisivo della nostra salute e, in particolare, nella prevenzione di malattie tumorali, cardiovascolari, del diabete, che l'OMS stima tra i disturbi più diffusi nei paesi industrializzati. Ad esempio, una dieta corretta favorisce l'efficienza del sistema immunitario nella lotta contro le cellule tumorali che sono normalmente presenti nel nostro corpo, favorendone l'eliminazione o impedendone la degenerazione.

MODELLI DI VITA



Le nostre abitudini nutrizionali rappresentano qualcosa di più che un semplice modo di mangiare, bensì sono uno stile di vita. Basti pensare che la dieta mediterranea è stata inserita dall'UNESCO fra i patrimoni immateriali dell'Umanità, poiché garantisce il rispetto del territorio e la conservazione di attività simbolo della tradizione culturale dell'Europa meridionale. Inoltre è un regime alimentare ricco di carboidrati a lenta assimilazione, vitamine e sali minerali, ma povero in grassi: per questo la maggior parte degli esperti la suggerisce.


Un'alternativa importante è quella offerta dal vegetarianismo, che rifiuta l'assunzione di cibi animali (alcune forme consentono i derivati); le possibili motivazioni per avvicinarsi a questa "filosofia" sono molteplici:

  • da un punto di vista etico, si vuole evitare di far soffrire altri esseri viventi;


     
  • da un'ottica salutista, è stato provato che la riduzione, o meglio ancora, l'eliminazione della carne fa diminuire il rischio di malattie tumorali (infatti il consumo di tale alimento causa un abbassamento del pH dei liquidi corporei e, in tali condizioni di pH acido, si favoriscono l'invecchiamento e la degenerazione cellulare; oltre a ciò, alcune correnti della storia della medicina rilevano un collegamento tra il dilagare dei casi di cancro e l'affermazione del consumo di massa della carne) e cardiovascolari (apporto di grassi drasticamente ridotto). Inoltre carne e pesce possono essere nutrizionalmente sostituiti da alimenti vegetali;


     
  • da un punto di vista economico, la produzione della carne necessita di consumi d'acqua e di energia (dalle fasi di vita iniziali dell'animale fino al trasporto e alla conservazione) decisamente superiori ai costi dell'agricoltura e deve sfruttare superfici ben più grandi, che diventano col tempo sterili e inutilizzabili per altri tipi di produzione. Soprattutto, è curioso che, per allevare tanti capi di bestiame, si utilizzi una quantità di cereali e legumi (soprattutto soia) tale che si potrebbe sfamare un'ampia fetta della popolazione mondiale. A tal proposito, anche molti esponenti della politica internazionale hanno mostrato a più riprese la loro preoccupazione riguardo alla sostenibilità dell'attuale modello alimentare, consci del fatto che la popolazione cresce a un ritmo superiore a quello dello sviluppo delle risorse. Perciò la proposta vegetariana potrà essere un giorno la risposta alle sfide di un futuro sempre più affamato e sovrappopolato, poiché attenua l'impatto ambientale, riduce gli sprechi e i consumi, può potenzialmente sfamare più persone del sistema presente.



     

UN NUOVO RAPPORTO CON IL CIBO

A prescindere dall'adesione a questo o a quell'altro sistema nutrizionale, si dovrebbe riconoscere al cibo un valore intrinseco che vada oltre quello di scambio. Se infatti la premessa è quella di ritenere il cibo una componente puramente economica, si ammette implicitamente che un consumo maggiore, in quanto generatore di profitto, è un indice positivo; invece, la parola d'ordine delle politiche alimentari future dovrà inevitabilmente essere il "risparmio". Pertanto, all'interno dell'orizzonte capitalistico in cui i privati agiscono in vista di interessi individuali, è necessario che lo stato operi come un arbitro col compito di razionalizzare e rendere sostenibili la produzione e il consumo di cibo.
D'altro canto, l'attuale modo di gestione delle risorse alimentari rispecchia alcune linee tendenziali della mentalità occidentale: precedenza assoluta al profitto, scarsa lungimiranza e consumo indiscriminato.

Ecco perché la sfida è così grande: dobbiamo ridiscutere la nostra relazione con il cibo. Questo è l'obiettivo: arrivare a concepire il cibo come un bene a cui nessuno possa e debba rinunciare, come un prodotto che soddisfi le esigenze di ognuno nel massimo rispetto dell'ambiente, tentando di slegarlo (nei limiti del possibile) da logiche mercantilistiche che andrebbero a sottomettere la gestione di un patrimonio comune al tornaconto di pochi. Infatti, soltanto una politica alimentare sostenibile potrà evitare che gli stati debbano ricorrere a guerre per il controllo delle risorse alimentari. In ultima analisi, occorre ripensare in maniera più etica, solidale e a lungo termine all'amministrazione di un bene, come il cibo, che purtroppo ha dei limiti.

 

martedì 21 giugno 2011

Il mercato delle materie prime

di Fabrizio Di Benedetto



Basta aprire l'inserto Finanza e Mercati de Il Sole 24 Ore e andare a cercare quella pagina intitolata Commodities: termine che in italiano non si può che tradurre con "materie prime". In realtà le commodities sono quelle materie prime (principalmente agricole, metalli e combustibili) che hanno almeno due caratteristiche fondamentali: omogeneità della qualità e facilità di trasporto e conservazione.

Facciamo un esempio. Pur esistendo mille varietà di frumento e mille farine per tutti gli usi, il mercato, parola con cui intendiamo tutti i soggetti che fra loro scambiano, ha bisogno di non fare confusione e poter standardizzare i prodotti, perciò il frumento nel mondo viene diviso nelle due macro-categorie di grano duro e grano tenero. Tutto ciò che è prodotto viene marchiato con una delle due etichette e immesso sul mercato. Ovviamente, le tecnologie del trasporto hanno permesso la creazione del mercato delle materie prime che senza camion, treni, aerei, navi merci, magazzini per lo stoccaggio e catena del freddo non sarebbe mai nato.

Da tutto ciò non stupisce che il mercato delle materie prime si sia sviluppato più recentemente del mercato dei titoli di credito, delle azioni e delle obbligazioni. Può sembrare strano, ma le borse hanno prima cominciato a scambiare titoli di credito e solo dopo materie prime, anche se proprio il commercio delle materie prime è stata la prima attività dell'uomo, dopo aver imparato a coltivare ed allevare.
In altre parole, fino a che la tecnologia non ha reso possibile il trasporto di grandi quantitativi di merce (spesso deperibile), non esisteva un vero e proprio mercato mondiale di materie prime regolamentato. Beni come il grano, l'oro, il carbone ma anche la carne suina erano gestiti da mercati locali, anche di grandi dimensioni ma pur sempre locali. Certo, esistevano anche nel passato merci che per caratteristiche intrinseche potevano essere commercializzate in grandi quantitativi già dal '600 (si pensi alle spezie) e quindi essere scambiate su un mercato già globale, ma erano eccezioni.


Solo con la pace raggiunta dopo la seconda guerra mondiale, la ripresa dei commerci mondiali, le nuove tecnologie di trasporto e conservazione, si è cominciato a sperimentare un vero mercato globale delle materie prime.
A gestire questo mercato sono le borse merci (il Chicago Board of Trade e il London Metal Exchange, solo per fare due nomi), ciascuna delle quali si occupa specificamente di una materia prima o di una tipologia di queste. A Chicago, per esempio, si trattano tutte le materie agricole, mentre a Londra soprattutto metalli.
Le borse merci gestiscono le materie prime con gli stessi strumenti e con le stesse regole con cui le borse valori scambiano azioni e obbligazioni. Non è un caso. Come abbiamo detto prima: le borse cominciano a scambiare prima i titoli di credito e dopo le materie prime, perciò non stupisce che gli operatori sul mercato estendano alle commodities gli strumenti applicati da secoli ai titoli.


I livelli di negoziazione delle materie prime sono due e possiamo così definirli:
  • mercato fisico, ossia il mercato fatto da operatori che vendono e comprano le merci perché ne hanno immediato bisogno (pagamento e consegna della merce coincidono);
  • mercato a termine, ossia il mercato fatto da operatori che vendono e acquistano ora, ma per merce di cui necessitano fra un certo periodo di tempo (pagamento e consegna della merce non coincidono).

In un mercato tradizionale il livello fisico dovrebbe essere prevalente, ossia dovrebbe essere il mercato in cui si fissa il prezzo di riferimento. Tuttavia, nel mercato delle materie prime (e non solo) il livello prevalente è quello delle contrattazioni a termine, per un motivo fondamentale. Il mercato a termine è essenzialmente un mercato di assicurazione del prezzo. Ecco un esempio: sono un produttore di pane ed ho bisogno di alcune tonnellate di grano fra sei mesi, perché in quel periodo avrò una maggiore richiesta di pane avendo firmato nuovi contratti di fornitura. Ho però sentore che fra sei mesi il grano mi costerà più di ora, perciò compro ora il grano fissando il prezzo, ossia pagandolo a prezzo di oggi e me lo farò consegnare fra sei mesi. Se la mia paura di aumento del prezzo era fondata allora avrò risparmiato, avrò assicurato il prezzo ottimale, altrimenti avrò perso. Questo è il mercato.

Visto che tutti vogliono assicurarsi il prezzo migliore, tutti gli operatori scambiano a termine (oltre che sul mercato fisico) e perciò il mercato in cui si forma il prezzo è quello a termine, non quello fisico.

Ovviamente, non tutte le commodities si scambiano nelle borse merci. Esistono, per fortuna, piccole imprese che producono piccole quantità di grano (per rimanere nell'esempio), magari di grande qualità, che possono vendere il loro frumento fuori mercato. Tuttavia, quando il prezzo del grano è fissato a livello mondiale, il piccolo imprenditore non potrà differenziare troppo il suo prezzo rispetto a quello ufficiale. Io, piccolo coltivatore che produco grano duro, potrò farlo pagare un po' di più rispetto ai miei concorrenti più grandi, ma non potrò farlo pagare molto di più perché altrimenti i miei clienti andranno a rifornirsi da questi, che glielo fanno pagare meno.

Insomma, il mercato regolamentato, che scambia enormi quantitativi di merci quotidianamente, influenza anche il piccolo imprenditore. Come pure la nostra spesa di tutti i giorni. A sua volta questo mercato è influenzato dai grandi gruppi (agricoli, di estrazione dei minerali, dei metalli e dei combustibili) e dagli stati che spesso aiutano, sovvenzionano, le società private (agricole in primis).


Per concludere, solo un piccolo accenno a quel che prende il nome di speculazione. In tutti i mercati se ne parla, ma in quello delle materie prime la speculazione fa scattare nelle persone un maggiore senso di riprovazione morale perché si toccano questioni strettamente attinenti alla vita. Tuttavia, la speculazione è, nella sua accezione da manuale, esattamente quel che abbiamo visto parlando del mercato a termine. Un operatore che ha bisogno di merce cercherà di pagarla il meno possibile, scommettendo che pagandola prima o dopo una certa data potrà risparmiare. Spesso la controparte di questo operatore, che vuole fissare il prezzo, non è anche lui un operatore che tratta fisicamente la merce, ma uno speculatore. Pertanto la figura dello speculatore è essenziale sul mercato, proprio per garantire agli operatori non speculatori di garantirsi il prezzo migliore. La speculazione diventa un problema quando il numero di speculatori supera enormemente il numero di operatori che scambiano realmente le materie prime. Solo in questo caso (ed è purtroppo il caso dell'attuale mercato mondiale delle commodities) la speculazione diventa un problema per la vita delle persone, perché i prezzi non seguono più la domanda e l'offerta del bene ma le prospettive di maggiore guadagno degli speculatori.

Il mercato delle materie prime può subire forti oscillazioni di prezzo. Tanto per la speculazione quanto per fenomeni naturali (pensate a inondazioni che rovinano interi raccolti) ed è perciò un mercato estremamente delicato. Non è un caso che il G20 (la nuova struttura che riunisce i capi di governo dei principali paesi al mondo, che ha ormai soppiantato il G8) abbia fra i punti più caldi della sua agenda degli ultimi anni la riforma dei mercati finanziari e quindi anche di quello delle materie prime. Nuove regole per limitare la speculazione, ossia ricondurla a livelli fisiologici, e impegni sul piano dei cambiamenti climatici per limitare il loro impatto sul prezzo delle materie prime.

La strada è lunga e gli interessi contrastanti molti. Ci sono stati che ancora non sono convinti della necessità di nuove regole finanziare più rigide (USA) e stati che hanno paura che gli accordi per limitare i cambiamenti climatici possano frenare la loro corsa verso il progresso (Cina). In mezzo a questa indecisione, c'è però un mondo (in particolare l'Africa) che a causa di una minima variazione del prezzo del grano rischia di morire di fame, quando già ciò non succede.



Al termine di questo articolo di Fabrizio aggiungo il video che ha trasmesso Report dal titolo Let's make money, in cui il cinismo del mondo della finanza è posto confronto con l'immensa povertà dei paesi che eufemisticamente sono detti emergenti.