lunedì 4 febbraio 2013

Il “contagio” consapevole

Dalla crisi della finanza privata alla crisi della finanza pubblica, 2007-2012


Fabrizio Di Benedetto
dottorando di diritto dell’UE presso la Statale di Milano


Premesso che per me è un azzardo tentare un’analisi della crisi finanziaria ed economica, perché l’economia non è il mio mestiere, mi butto in questa impresa non per offrire verità che non posso fornire (ammesso e non concesso che esistano e che le possano dare gli stessi economisti) ma spunti di riflessione che, pur imperfetti, parziali e deficitari, spero possano essere uno stimolo per chi legge.


immagine wikipedia

Quante volte si è sentito parlare, in questi anni, di “contagio”. La crisi finanziaria del 2007-2008, quella iniziata con il fallimento di Lehman Brothers, si è mossa dagli Stati Uniti all’Europa in modo molto repentino e ha investito prima la finanza privata europea e poi la finanza pubblica, soprattutto degli Stati dell'Eurozona. Gli anni che abbiamo alle spalle ci permettono ora, pur non senza qualche incertezza, di cercare di capire quanto è successo, seguendo la scansione degli eventi.


una delle banche fallite in seguito alla crisi dei subprime, foto guardian

Partiamo dall’arrivo in Europa della crisi della finanza privata. I subprime, ossia titoli il cui andamento era collegato alla capacità degli americani meno ricchi di pagare i propri debiti (ad esempio il mutuo di casa), crollarono di valore quando fu chiaro che gli americani delle classi di reddito medio-basse non avrebbero potuto onorare i loro obblighi con le banche. A cascata questo investì man mano banche e finanziarie americane e, dati i rapporti patrimoniali e finanziari fra queste e le banche europee, gli istituti di credito europei.
Per far fronte a questa crisi della finanza privata, le banche europee dovettero adottare misure strutturali (come aumenti di riserve o di capitale sociale) e perciò ridurre il credito a pubblica amministrazione, imprese e cittadini. La crisi di liquidità, ovvero la riduzione della moneta in circolo, era dovuta anche ad una minore fiducia fra le stesse banche. Nessun istituto di credito poteva più essere certo che la banca con cui trattava non avesse “in pancia” titoli spazzatura.


le gru: emblema dello sviluppo immobiliare spagnolo

Questa crisi del circolante fece venire allo scoperto le forti debolezze di alcuni paesi europei che, fino a poco tempo prima, potevano nasconderle grazie alla complicità delle banche. Si pensi alla difficoltà dei greci di ripagare il loro debito, privato e pubblico, alla debolezza della crescita spagnola fondata sostanzialmente sull’edilizia e non su fattori che danno prospettive di crescita reale sul lungo periodo, alla situazione portoghese e italiana, ossia paesi con alti livelli di disoccupazione e bassa crescita da più di 10 anni, come anche si pensi alla debolezza della crescita irlandese fondata sul terziarLagarde e Draghi a capo rispettivamente del FMI e della BCEio (soprattutto sulla finanza). I settori dell’economica privata di questi paesi sono crollati e si sono portati con loro la finanza pubblica che non poteva certo intervenire ad aiutarli.

Lagarde e Draghi a capo rispettivamente del FMI e della BCE

In una situazione di accesso al credito quasi inesistente, che rendeva evidenti le criticità degli Stati europei più deboli, gli investitori internazionali (non solo le banche ma anche i grandi fondi sovrani arabi e i grandi fondi pensione americani) hanno cominciato a dubitare della capacità degli Stati di restituire il proprio debito pubblico. Esempio lampante di ciò fu la Grecia che, dal 2009 in poi, ha dovuto rinegoziare il debito, chiedere aiuti agli Stati europei, al FMI e alla BCE per onorare il suo debito pubblico, fino al taglio dello stesso avvenuto fra il 2011 e il 2012.


2011, l'anno nero dello spread in Italia. Immagine rischiozero

Certo, la lentezza con cui l’Unione europea e gli Stati cosiddetti forti, come la Germania, sono intervenuti (con aiuti alle banche e agli Stati per permettere che le transazioni sul mercato avvenissero con maggior fiducia) ha contribuito solo ad acuire le paure degli investitori internazionali i quali hanno cominciato a fuggire dai titoli di debito dei paesi europei meno forti. Prima la Grecia, poi il Portogallo, poi l’Irlanda, la Spagna e infine l’Italia hanno visto il loro spread (la differenza fra quanto un paese paga di interessi sul proprio debito pubblico e quanto paga la Germania, presa come punto di riferimento quale paese più stabile) schizzare a livelli mai visti. Nell’autunno 2011 l’Italia pagava il 6% in più della Germania i suoi titoli di debito pubblico decennali, arrivando ad emettere obbligazioni ad un tasso di interesse del 9%.


Nell’estate di quell’anno Deutsche Bank, grande banca privata tedesca, vendette in pochi giorni 9 mld di Euro di titoli italiani. Una grossa cifra. Tuttavia, se consideriamo che l’Italia ogni anno rinnova obbligazioni pubbliche per 400-450 mld di Euro, si comprende che non possono essere singoli comportamenti di singoli soggetti ad aver provocato la crisi del debito pubblico, in questo caso, italiano. In seguito, però, altri investitori hanno seguito l'esempio della Germania.
Si può biasimare l’atteggiamento degli investitori internazionali che in massa hanno venduto titoli del debito pubblico di alcuni Stati europei?


AIG, assicurazioni e scandali finanziari. Foto assinews

In parte sì, in parte no.
Sì perché alcuni di questi sono stati per anni complici degli Stati europei più deboli, hanno finanziato spesso la loro crescita (si guardi a Spagna e Grecia in primis) senza che questi impegnassero i soldi che venivano prestati in progetti che garantissero una crescita di lungo periodo (infrastrutture, istruzione, ricerca scientifica, industria).
No perché gli Stati, e le popolazioni di questi paesi, erano ben consci delle politiche economiche che stavano intraprendendo. Hanno goduto dell’introduzione dell’Euro, e dei bassi tassi di interesse derivanti da questo, per aumentare la spesa pubblica improduttiva anziché investire in politica industriale vera e propria.
Molti grandi investitori globali, penso ai già citati fondi pensione americani, non possono certo essere ritenuti colpevoli della crisi del debito europeo. Il loro compito è quello di salvaguardare i risparmi dei lavoratori e, se investendo in Europa questi risparmi sono male investiti, è bene che vendano in Europa e acquistino altrove titoli più affidabili.


lo sfruttamento della manodopera e l'inquinamento si spostano dall'Europa all'Asia; foto ecoo

Una crisi della finanza privata americana, provocata dalla spregiudicatezza di alcuni istituti di credito e dal laissez faire del governo americano, ha coinvolto la finanza privata europea, le banche europee spesso altrettanto spregiudicate. Questo però ha provocato una crisi di liquidità tale da far emergere le difficoltà di alcuni Stati dell’Eurozona i quali, trovandosi in difficoltà nel reperire il credito, hanno iniziato ad avere problemi nel gestire le proprie entrate e poi nel ripagare il loro debito pubblico. Debito pubblico che in questi Stati è, non solo, altissimo ma cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni che, è risaputo, sono stati anni di bassa crescita economica (vedi Italia e Portogallo) o di crescita economica falsata (come in Spagna, Irlanda e Grecia). Anni in cui questi paesi hanno speso non per modificare nel profondo la struttura industriale del loro paese (come ha fatto la Germania), davanti alle nuove sfide della globalizzazione che porta le produzioni ad alta intensità di lavoro in Asia, ma per aumentare la spesa pubblica corrente (quella di tutti i giorni) senza investire in innovazione, istruzione e ricerca.


il premier Mario Monti; foto, molto ritoccata, sky

La crisi finanziaria, prima privata e poi pubblica, diventata crisi economica è, in poche parole, un concorso di colpa. Fra finanza senza pudore e amministratori pubblici altrettanto spudorati. Ma neanche i cittadini, da cui la politica trova legittimazione, possono ritenersi del tutto innocenti, perché consapevoli di ciò che accadeva e, troppo spesso, insensibili davanti a precisi segnali di degrado della gestione della cosa pubblica. La crisi economica, non a caso, è diventata col tempo anche crisi politica e di rappresentanza (si pensi alle elezioni ripetute in Grecia e al governo "tecnico" in Italia).

Il contagio con cui si è iniziato questo breve scritto è stato per lo più consapevole infezione, provocata da Stati (gli Stati intesi come comunità internazionale) che hanno creduto troppo a lungo nelle capacità autoregolative del mercato e da istituti finanziari che hanno sfruttato l’assenza di regolazione per perseguire i propri interessi. Provocata da politici che hanno guardato al guadagno (economico ed elettorale) di breve periodo e da cittadini che hanno preferito seguire le loro vane promesse piuttosto che affrontare problemi che nei loro paesi non venivano affrontati da decenni, come quello della riconversione industriale e delle politiche a favore della coesione territoriale (si pensi a ciò che è successo negli ultimi 20 anni all’Est della Germania e a ciò che non è successo al sud di Italia e Spagna in un arco temporale ben più ampio).

La crisi verrà superata, la BCE dice, già nel 2013, ma sarà capace di tornare se gli Stati non si renderanno conto che il mercato ha bisogno della loro mediazione, come unici attori che possono tutelare l’interesse collettivo e definire strategie industriali di lungo periodo, e soprattutto se i cittadini non prenderanno coscienza della necessità di eleggere fra loro i più competenti e i più onesti, per quanto la perfezione non sia cosa umana, per gestire la cosa pubblica che, allora sì, potrà assumere quel ruolo di mediazione fra interessi particolari e interessi generali.


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