venerdì 15 gennaio 2016

Il caos siriano: Iraq

Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Quest'articolo è la fusione degli articoli scritti da Gianluca Sergi e Lorenzo Matera



Nel 2003 a causa dell’occupazione dell’Iraq da parte degli americani e dell’abbattimento del regime sunnita di Saddam Houssein, il governatore dell’Iraq imposto dagli USA emanò un decreto che prevedeva lo scioglimento dell’esercito iracheno.

Il 28 giugno 2004 si instaurò un nuovo governo provvisorio iracheno, presieduto da uno sciita con il compito di preparare lo svolgimento di nuove elezioni e di redigere la nuova carta costituzionale.

Nella comunità sunnita, che svolgeva un ruolo marginale nel processo di transizione, si rafforzò intanto un'ala radicale (costituita principalmente da ex-militari di Saddam Houssein) che cominciò a combattere contro gli statunitensi e contro il nuovo governo sciita, con lo scopo di riprendere il potere in Iraq: intensificò la sua offensiva terroristica, con migliaia di attentati mortali e di atti di sabotaggio.


In un clima di terrore si svolsero le elezioni nel 2005, ma nel 2006 l’organizzazione di ex-militari iracheni si unì ad altri quattro gruppi di ribelli e venne annunciata la fondazione dello Stato islamico dell’Iraq, ISI.

Nel 2011, nel caos creato dalla guerra civile siriana, lo Stato Islamico ha occupato militarmente anche parte della Siria, e nel 2012 è nato lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.

L’esercito regolare iracheno, addestrato dagli USA, sta portando degli attacchi all’ISIS e il 27 dicembre, pochi giorni fa, ha ripreso la città di Ramadi, che si trova a 100 km dalla capitale.



Si è già parlato di Siria, di Iran e di Turchia.

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:
  • Arabia Saudita
  • ISIS
  • Hezbollah
  • Francia
  • Gran Bretagna
  • Russia
  • Italia
  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA

giovedì 14 gennaio 2016

Il caos siriano: Turchia


Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Quest'articolo è la fusione degli articoli scritti da Shanej Ebru e Martina Raiola.



La Turchia, che dopo il 1924 ha avuto una connotazione fortemente laica, si sta spostando verso la trasformazione in stato religioso sunnita. Il presidente Erdoğan, che appartiene ai Fratelli mussulmani ha mire egemoniche sulla regione mediorientale e vorrebbe ricostituire il califfato ottomano, esperienza che si era conclusa alla fine della I Guerra Mondiale.

Questo paese ha giocato un ruolo di primo piano nella guerra civile siriana, ed è forse il Paese che ha avuto l’atteggiamento più ambiguo nella crisi.

In una regione a cavallo tra l’Iraq, l'Iran, la Siria e la Turchia si estende un’area popolata da una maggioranza curda, un popolo senza terra, che conserva una grande aspirazione all’unità in uno stato con frontiere proprie.


I curdi hanno creato una regione autonoma in Iraq, e in Siria e sono molto attivi militarmente nel conflitto contro l’ISIS (sono gli unici che combattono da terra). Il governo turco ritiene che se i curdi contribuiranno a fermare l’ISIS, poi rivendicheranno l’autonomia anche in Turchia.

Secondo alcuni analisti, il vero obiettivo di Ankara nel partecipare alla coalizione anti-ISIS è proprio quello di combattere i curdi, per impedire il rafforzamento del PKK, un movimento politico-militare che ha combattuto un’insurrezione contro il governo turco.

Ankara, inoltre, mira ad indebolire l’asse sciita (Iran-Iraq-Siria-Libano), e per questo ha appoggiato i ribelli sunniti anti-Assad in Siria (ISIS compreso). La Turchia sperava che il regime siriano cadesse prima che la Siria sprofondasse al punto tale che i curdi conquistassero l’autonomia riaccendendo la questione curda in Turchia.

Ma questo non è successo, e ora la Turchia si ritrova al fianco dell’Occidente a combattere lo Stato islamico, che una volta aiutava, anche perché si sente minacciata.



Si è già parlato di Siria e di Iran

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:

  • Iraq
  • Arabia Saudita
  • ISIS
  • Hezbollah
  • Francia
  • Gran Bretagna
  • Russia
  • Italia
  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA

Il caos siriano: Iran

Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Quest'articolo è stato scritto da Suran Gassemi




L’Iran sciita ha mire egemoniche nella regione mediorientale:

  • i suoi alleati sono i paesi con governi sciiti (la Siria di Assad, l’Iraq del dopo-Hussein, gli Hezbollah libanesi);
  • i suoi avversari nella regione sono Israele e i paesi con governi sunniti, e sopra tutti l’Arabia Saudita e la Turchia;

L’Iran è stato messo all’angolo dalle sanzioni economiche dell’Occidente, avviate nel 2007, perché il governo era stato accusato di voler armarsi di ordigni nucleari. Dopo le recenti elezioni, con l’ascesa al potere di Rouhani, si è avviato il disgelo fra Iran e USA e sono in atto dei colloqui per togliere le sanzioni all’Iran.

Il Medio Oriente è il luogo in cui si confrontano, ancora, USA e Russia. I paesi sunniti dell’area sono alleati USA, quelli sciiti sono alleati della Russia.

Nella crisi siriana
  • l’Iran e la Russia sostengono Assad contro tutti gli oppositori del regime, ISIS compreso;
  • i paesi sunniti e l’Occidente sostengono i ribelli siriani contro l’ISIS e contro Assad.

Questa divergenza rende complicata la creazione di un fronte unitario anti-ISIS (reso esplicito dall’abbattimento dell’aereo russo in Turchia), e tuttavia è indispensabile l’apporto dell’Iran nella lotta all’ISIS.

La popolazione siriana, a maggioranza sunnita, è stretta nella morsa di ISIS e di Assad.



Si è già parlato di Siria

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:

  • Turchia
  • Iraq
  • Arabia Saudita
  • ISIS
  • Hezbollah
  • Francia
  • Gran Bretagna
  • Russia
  • Italia
  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA

Il caos siriano: Siria


Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.



Partiamo dunque dalla Siria, il cuore del problema.


Il paese non è ricco di risorse, ma si trova in posizione strategica fra i paesi ricchi di petrolio e l’Europa, e si affaccia sul Mediterraneo.

Al potere c’è Bashar al Assad, un alawita (una setta dello sciismo). Il suo governo è sostenuto dall’Iran sciita, dalla Russia di Putin che ha delle basi militari sulla costa siriana, l’unico affaccio sul Mediterraneo, e dagli Hezbollah libanesi.

Il paese, governato da uno sciita, è a maggioranza sunnita, e comprende anche il 10% di cristiani e la popolazione curda. Assad, al potere per discendenza, non è stato eletto e ha una forte opposizione interna sunnita. Egli ha represso nel sangue la rivolta siriana, inasprendo il confitto interno, scatenando una vera e propria guerra civile, che è ancora in corso, e che ha provocato l’esodo di 11 milioni di persone.

A fianco della ribellione sunnita della ‘primavera’ siriana si sono trovati l’Occidente con in testa gli USA, l’Arabia Saudita (e anche EAU, e Qatar) e la Turchia, che l’hanno sostenuta.

È in questo quadro caotico che nasce l’ISIS, lo Stato Islamico della Siria e del Levante, su un territorio a cavallo fra Siria e Iraq, che si propone di espandersi per rifondare la nazione araba, il califfato, cancellato dall’accordo Sykes-Picot. Tutti i paesi dichiarano di voler ostacolare questo piano, ma interessi particolari, divisioni interne e distinguo, di fatto, permettono la sua sopravvivenza.

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:

  • Iran
  • Turchia
  • Iraq
  • Arabia Saudita
  • ISIS
  • Hezbollah
  • Francia
  • Gran Bretagna
  • Russia
  • Italia
  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA

domenica 20 settembre 2015

La questione mediorientale - concetti chiave

Trattando la questione mediorientale è necessario fare un po' di chiarezza su alcuni termini e concetti che vengono usati, il cui significato non è sempre chiaro, e talvolta è controverso. Cercherò fornire una definizione sintetica, rimandando alla lettura di testi più ampi con dei link, principalmente a Wikipedia.

In ordine alfabetico: Califfo/Califfato, ISIS/Daesh/Stato Islamico, jihad/jihadismo, Medio Oriente/Vicino Oriente, Paesi arabi/Paesi islamici, Primavere arabe, Sciiti/Sunniti, Shariʿah (legge), sionismo, ...

Sono ben accetti suggerimenti e integrazioni :-)



In primo luogo, quale parte del mondo chiamiamo Medio Oriente?


Il nome della regione deriva da una prospettiva europea, e quindi sarebbe preferibile chiamarlo Vicino Oriente.
Facendo una ricerca sul web si trovano diversi risultati, ma per comodità possiamo circoscriverlo alla regione che va dall'Egitto all'Iran, e dalla Penisola dell'Anatolia alla Penisola Arabica, come evidenziato dalla cartina geografica.



Altri due punti su cui è necessario fare chiarezza:
  1. Quali sono i paesi arabi? Sono i paesi la cui maggioranza della popolazione parla la lingua araba, che è la lingua ufficiale dello Stato.

  2. Quali sono i paesi islamici? Sono i paesi la cui maggioranza della popolazione è musulmana, cioè professa la religione islamica. La religione in questi Stati è fortemente legata al governo politico, ma solo in alcuni la giurisprudenza applica la Shariʿah, come Iran e l'Arabia Saudita.

    Quindi: tutti i paesi arabi sono islamici, ma non viceversa



Il mondo islamico non è per nulla monolitico. Come per la religione cristiana, anche i musulmani presentano delle divisioni al loro interno. Una prima grande distinzione è quella fra sunniti e sciiti. E qui cito il lavoro della mia alunna Sara, che ha fornito una spiegazione.

Sunniti e sciiti sono entrambi dei seguaci dell’Islam:
  • credono nello stesso Dio, Allah;
  • credono nel suo profeta Maometto;
  • obbediscono ai cinque pilastri della religione.

La divisione tra sunniti e sciiti risale alla morte del fondatore dell'islam, Maometto (632 d.c.), per la designazione del califfo (il successore, alla guida dei popoli musulmani):
  • i sunniti (sunnah/tradizione) ritengono che il successore di Maometto dovesse essere Abou Bakr, amico e suocero di Maometto;
  • gli sciiti ritengono che il successore di Maometto dovesse essere Alì, suo cugino e allo stesso tempo genero.

Prevalsero numericamente i sunniti, che oggi costituiscono l’80% dei musulmani. Con l’ascesa di Khomeini in Iran, nel 1979, si generò una vera contrapposizione politica fra gli stati a maggioranza sciita, capeggiati dall’Iran e quelli a maggioranza sunnita, capeggiati dall'Arabia Saudita, e quindi le divisioni religiose sono utilizzate per fini politici.



Storicamente il califfato, il governo e i territori governati dal califfo, ha avuto inizio alla morte di Maometto, nel 632, e si è concluso nel 1258 con la presa di Baghdad (l'odierna capitale dell'Iraq) da parte dei mongoli. Nel tempo della sua massima estensione i territori del califfato andavano dalla Spagna all'Indo, includendo il Nord Africa, tutto il Medio Oriente, Pakistan, Afghanistan. Il governo era di tipo dinastico. I principali califfati sono stati quello degli ommayyadi (con capitale Damasco, nell'odierna Siria) e quello degli abbasidi (con capitale Baghdad, nell'odierno Iraq).


Il califfato omayyade

In tempi successivi, ci sono stati diversi tentativi di farlo risorgere, come è stato il caso del califfato ottomano che perdurò sino al 1924, con la nascita della moderna Turchia, voluta da Atatürk.

Oggi un manipolo di fanatici con un'ideologia di stampo nazista e con mire di espansione, che hanno la loro base in una regione fra la Siria e l'Iraq, intendono far risorgere il califfato. L'autoproclamato califfo si chiama Abu Bakr al-Baghdadi, e governa un'entità chiamata ISIS (o Daesh): lo Stato Islamico della Siria e del Levante. La guerra civile in atto in Siria e in Iraq ha provocato l'esodo di 4 milioni di persone.
(Desidero essere sintetica qui, ma questo punto sarà certamente approfondito)


mappa dell'ISIS

Voglio ricordare che i califfati storici erano centri di grande civiltà, dove venivano coltivate le arti e le scienze, nulla a che vedere con la barbarie che oggi osserviamo nell'ISIS (i numeri che usiamo sono i numeri arabi, la parola algebra (al-ğabr) deriva dall'arabo, lo zero e la numerazione posizionale ci arrivano dall'India grazie agli arabi...).



Alle azioni criminali di gruppi come ISIS, Boko Haram, Al Qaeda, per citare i più noti, si lega l'attributo di jihadisti, col significato di combattenti la 'guerra santa' contro gli infedeli.

Si potrebbe pensare che gli infedeli siano i non islamisti, ma non è così. Per questi gruppi gli infedeli sono i non islamisti e tutti coloro che non interpretano il Corano secondo la loro singolare visione, infatti il maggior numero delle loro vittime vittime si contano fra i musulmani stessi, e chi fugge, fugge dalla loro violenza.

Nel Corano, tuttavia, il termine jihad, che significa letteralmente 'sforzo', è la tensione che un musulmano dovrebbe esercitare verso se stesso comprendere i misteri divini e l'impegno nell'affermare e diffondere la fede. E non ha in origine una connotazione bellica. Maometto parla di un dio misericordioso, pronto al perdono.


Faccio un paragone attualissimo che, secondo me, serve a far capire le distorsioni della religione.
  • Papa Francesco esorta i fedeli ad accogliere i profughi che fuggono dalla barbarie dell'ISIS con spirito cristiano.
  • In Ungheria erigono i muri per impedire l'accesso ai profughi siriani sostenendo che è necessario proteggere la cultura e la civiltà cristiana dall'invasione di questi 'stranieri'.
Chi interpreta correttamente il pensiero cristiano? Il presidente ungherese Orban o il capo della comunità cristiana Francesco?



Shariʿah in arabo significa "legge" ed è un codice di comportamento etico derivante dall'interpretazione dei libri sacri dell'islam (Corano e Sunna). In alcuni Stati islamici (come l'Arabia Saudita e l'Iran) i codici del diritto privato e pubblico derivano dall'interpretazione dei testi sacri, in questo caso si dice che essi applicano la Shariʿah. In altri Stati islamici la Shariʿah non si applica affatto (come in Tunisia e in Turchia), il cui codice è quindi laico, in altri ancora è applicata al solo diritto privato (come in Egitto e in Algeria).


Così come ci indigniamo per l'applicazione della pena di morte negli Stati Uniti d'America, allo stesso modo ci indigna sapere che una donna adultera è condannata con la lapidazione in Iran (per inciso, l'adulterio non è più un reato in Italia solo dal 1968), o che un oppositore di regime è decapitato e crocefisso in Arabia Saudita.

È necessario l'impegno di tutti perché ovunque i diritti umani siano rispettati: alcune associazioni internazionali promuovono campagne simboliche di sensibilizzazione, per combattere contro la violazione dei diritti.



Il sionismo (dal Monte Sion, su cui sorge Gerusalemme, la città santa per cristiani, musulmani ed ebrei) è un movimento politico sorto verso la fine del 1800 che si proponeva di dar vita uno Stato per gli ebrei, per permettere loro di sfuggire alle ripetute ondate di antisemitismo che si susseguivano in Europa. Il culmine delle persecuzioni è stato il genocidio nazista, ma gli ebrei sono stati per secoli fatti bersaglio di ghettizzazione, pregiudizi, persecuzioni e violenze. La nascita dello Stato ebraico, Israele, è stato sancito nel 1948, ma la sua nascita non ha significato la pace, né per gli ebrei, né per i palestinesi che hanno dovuto lasciare le loro terre, profughi a loro volta.


Gerusalemme



La primavera è la stagione dell’anno che rappresenta il risveglio della natura, ed è usata come metafora per indicare i movimenti di lotta per la rinascita della democrazia contro regimi di governo oppressivi, che non rispettano i diritti umani e reprimono le libertà individuali: la Primavera di Praga risale al 1968, la Primavera di Pechino al 1989, e, più recentemente, le Primavere arabe.

Tutto iniziò in Tunisia nel 2010 con le manifestazioni per protestare contro l’aumento del prezzo del pane represse duramente dalla polizia. In seguito alla repressione un ambulante, Mohamed Bouazizi, compì un gesto estremo dandosi fuoco pubblicamente. Sull’onda emozionale le manifestazioni ripresero e divennero contro il regime corrotto di Tunisi e per chiedere elezioni democratiche.


Nella maggioranza dei Paesi arabi post-coloniali i regimi non sono eletti democraticamente, ma sono o a successione dinastica, o nelle mani di militari che hanno preso il potere con colpi di stato, o comunque stabiliti in modo verticistico (dal gruppo al potere). Alla rivolta di Tunisi sono seguite manifestazioni in altri paesi: la Siria, la Libia, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq.

La spontaneità della ribellione, la grande partecipazione giovanile, l’imponenza delle manifestazioni di piazza e la non violenza del movimento, che avevano segnato il momento più alto di questa ondata rivoluzionaria, si sono trasformate in molti casi in lotte di potere da parte dei terroristi islamici camuffati da ribelli moderati ed appoggiati in modo spudorato dall’Occidente e dai Paesi arabi coinvolti nei conflitti per motivi politici, sfociate nella tragedia siriana.



lavori in corso

Alawiti
Baathista
Hascemiti
Nazionalismo arabo
Velo islamico
Wahhabita

domenica 30 agosto 2015

La questione mediorientale - le guerre arabo-israeliane

Ho provato a scandire in modo molto schematico i principali eventi che hanno caratterizzato il conflitto arabo-israeliano, ponendo l'accento, al termine, sulla questione palestinese, che è tutt'ora aperta.

La questione mediorientale - le origini

Presento qui una sintesi del filmato RAI "Promesse e tradimenti" che ci permette di comprendere, almeno in parte, le origini dei conflitti che hanno interessato l'area mediorientale.



Nel 1914 scoppia la 1^ Guerra Mondiale che vede confrontarsi da un lato la Triplice Alleanza formata da Prussia, Impero Asburgico (austro-ungarico) e l’impero Ottomano e dall’altro la Triplice Intesa formata da Inghilterra, Francia e Russia.

Doveva essere una guerra di breve durata, ma si è prolungata nel tempo. Per cercare di colpire l’Alleanza, l’Inghilterra punta a sconfiggere gli ottomani, che rappresentavano l’anello più debole, alleandosi con gli arabi, capeggiati da Houssein, promettendo loro di poter far nascere una nazione araba, puntando sul nazionalismo arabo.

Nonostante la promessa degli inglesi agli arabi della possibilità di costruire una nazione araba col loro sostegno, nel 1916 i rappresentanti di Inghilterra e Francia, Sykes e Picot, stipulano un accordo segreto col quale stabiliscono la spartizione dei territori in terra araba in caso di vittoria:
  • all’Inghilterra l’Iraq per le numerose risorse (ferrovie e petrolio), la Giordania, la Palestina e il controllo sul Canale di Suez;
  • alla Francia la Siria per vantaggi commerciali, uno sbocco sul Mar Mediterraneo orientale, e il Libano.


Intanto Inglesi e Francesi sono in difficoltà sul Fronte Occidentale e cercano nuove alleanze, anche perché nel frattempo scoppia la Rivoluzione Russa, e un alleato esce dal conflitto.

Cercano dunque di coinvolgere gli americani nel conflitto, facendo leva sul movimento sionista, ebrei che desiderano un proprio Stato, puntando sul fatto che gli ebrei negli Stati Uniti hanno una grande influenza sul governo. Gli inglesi promettono, con la dichiarazione Balfour, di creare uno stato per gli ebrei in Palestina.


Nello stesso modo gli inglesi cercano di convincere i russi a rientrare nel conflitto, e visto che a capo del governo sovietico vi sono molti ebrei, giocano, anche con loro la carta del sionismo. Ottengono un netto rifiuto, visto che l'ideologia sovietica è internazionalista. Infatti i bolscevichi ritenevano che il nazionalismo, e quindi il sionismo, fosse un’ idea capitalista. Non solo, dopo la rivoluzione i bolscevichi rendono pubblici gli accordi segreti tra la Francia e l’Inghilterra, trovati negli archivi dello zar, e gli arabi capiscono che gli inglesi li hanno ingannati.


Nonostante questo gli arabi non abbandonano l’alleanza con gli inglesi, dalla quale cercheranno di trarre il maggior vantaggio possibile al termine della guerra.

L'11 dicembre 1917 a Gerusalemme arrivano le truppe inglesi con Sykes e Picot che la conquistano. Nell’aprile 1918, sempre a Gerusalemme, arriva Weizmann, capo del movimento sionista, e con lui altri componenti del movimento, e qui e fondano l’Università Ebraica, che rappresenterà il cuore della cultura sionista. Weizmann incontra il generale Allemby, e per gli arabi questo è il chiaro segno che gli inglesi vogliono rispettare la dichiarazione Balfour.

Il 3 ottobre 1918 le truppe di Allemby entrano a Damasco (Siria). Gli inglesi sanno bene che devono cedere la Siria ai francesi. Feisal (uno dei figli di Houssein) nel frattempo ha formato un governo in Siria, ma dopo il Trattato di Versailles, sarà cacciato dai francesi; gli inglesi, allora, lo porranno a capo dell’Iraq, dandogli uno stipendio, e pagando le spese per il suo esercito e i costi della sua amministrazione, concedendogli soltanto un potere simbolico.


L'11 Novembre 1918 in Europa finisce la prima guerra mondiale e a Versailles il 18 gennaio 1919 si riuniscono i vincitori (inglesi, francesi, americani):
  • i territori del Medio Oriente vengono spartiti secondo l’accordo Sykes-Picot
  • è permessa l’immigrazione ebraica in Palestina, secondo la dichiarazione Balfour, ignorando il principio di autodeterminazione dei popoli liberati dalla dominazione ottomana. Le richieste di Feisal a Versailles sono ignorate.

Intanto Weizmann e il movimento sionista finanziano l’acquisto di terre e la costruzione di insediamenti per gli immigrati ebrei.
Negli anni ‘30 e ‘40, gli anni della persecuzione nazista, molti ebrei emigrano in Palestina, che si rivela una via di salvezza. Gli arabi dal canto loro tenteranno di opporsi a quella che sentono un’invasione, e quando gli inglesi proveranno a porvi un freno, subiranno attentati terroristici. Alla fine decideranno di rimettere il loro mandato.
Il 14 maggio 1948, con una risoluzione dell’ONU, nasce lo Stato di Israele, che si trova subito in guerra con gli arabi.


Gli inglesi, per tutte le manovre attuate durante il conflitto, si guadagnano il titolo di “doppiogiochisti”.