domenica 3 aprile 2016

Mediterraneo, lo specchio dell'Altro



Questo è il contributo degli studenti della 3^ classe di italiano del Liceo di Manouba (Tunisi), degli studenti della 2^A dell'IIS "Falcone-Righi" e degli insegnanti Hela Loukil Laroui e Giuseppa Conti con cui ho collaborato alla la realizzazione di un progetto promosso dal CIPMO, il Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, per favorire l'incontro, la conoscenza fra studenti e insegnanti delle scuole dei Paesi che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo.



Gli studenti si presentano e incominciano la loro convivenza nella Città della Pace su un'isola del Mediterraneo dove ci sono
- la Via della Musica,
- la Via della Prosa e della Poesia,
- la Via del Cinema,
- la Via della Mostra di Immagini e Fotografie.

Si cucina per tutti al Ristorante del Mediterraneo, e ci si riposa, a missione compiuta, dopo aver visto un'ultima sfilata di moda, in una deliziosa casa colorata.

Per una visualizzazione ottimale del PREZI è consiliato l'uso della funzione "schermo intero".






giovedì 21 gennaio 2016

Il caos siriano: Stati Uniti d'America


Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.



Dopo la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti sono stati a lungo l’unica potenza a governare quello che loro chiamano l’ordine mondiale (ma dagli effetti devastanti di questo governo, sarebbe meglio chiamarlo il disordine mondiale).

In Medio Oriente (senza parlare di ciò che è successo in Afghanistan), oltre a sostenere in modo incondizionato l’espansionismo di Israele, hanno

  • sostenuto l’Iraq di Saddam Hussein per combattere l’Iran di Khomeini (1980-88);
  • combattuto contro l’Iraq di Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait (1990-91);
  • occupato l’Iraq per rovesciare Saddam Hussein, uccidendolo, perché accusato di sostenere Al Qaeda e possedere armi di distruzione di massa, e per “esportare la democrazia” (2003-11).


Queste sono le immagini che trasmettevano le TV americane e che rimbalzavano su tutti i media del mondo: 
una rappresentazione che ha trasformato la guerra in un videogioco surreale. 

L’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa e non sosteneva Al Qaeda. A posteriori tutti quelli che hanno fatto parte della coalizione anti-Saddam hanno riconosciuto l’errore di quella guerra, anche perché ha gettato l’Iraq nel caos degli attacchi terroristici e del radicalismo islamico, favorendo la nascita dell’ISIS, nata proprio da ex militari iracheni di Saddam Hussein.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto (e sostengono) i ribelli anti-Assad in Siria (sempre per “esportare la democrazia”), favorendo in questo modo la crescita del cancro ISIS. Fino a che le azioni dell’ISIS sono rimaste confinate in Medio Oriente e i profughi riguardavano solo l’Italia e marginalmente gli altri Paesi, nessuno sembra dare reale importanza al radicalismo islamico.

Poi le cose sono cambiate: gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 hanno segnato la svolta. Adesso si cercano alleanze anti-ISIS e si scopre che ogni protagonista della coalizione vi partecipa con prospettive differenti:

  • gli USA comunque si concentrano sul rovesciamento di Assad con la coalizione guidata dall’Arabia Saudita;
  • la Russia, rientrata di prepotenza nello scenario mondiale, punta al sostegno di Assad con la coalizione guidata dall’Iran.



E questo è l'ultimo post sul caos siriano. Fin qui si è parlato di Siria, di Iran, di Turchia, di Iraq, di Arabia Saudita, di ISIS, di Hezbollah, di Francia e Gran Bretagna, Russia, Italia, di Al Qaeda e dei curdi.


martedì 19 gennaio 2016

Il caos siriano: il popolo curdo


Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Quest'articolo è la fusione di quanto scritto da Raffaella Sollima e Yordan Malyov.



I curdi sono un gruppo etnico indoeuropeo che abita un territorio compreso negli attuali stati di Iran, Iraq, Siria, Turchia e in misura minore Armenia. L'area è a volte indicata col termine Kurdistan. Si stima che i curdi siano fra 35 e 40 milioni e quindi costituiscono uno dei più grandi gruppi etnici privi di unità nazionale. Per oltre un secolo molti curdi hanno cercato di ottenere la creazione di un Kurdistan indipendente o perlomeno autonomo, con mezzi sia politici sia militari. Tuttavia i governi degli stati che ospitano un numero significativo di curdi si sono sempre opposti attivamente all'idea di uno Stato curdo. Essi hanno subito persecuzioni, deportazioni, discriminazioni e massacri, fino al tentativo di genocidio con armi chimiche.

Immagine dal film "I fiori di kirkuk", sul dramma curdo nell'Iraq di Saddam Hussein

Storicamente, dopo un’epoca di sostanziale convivenza siriano-curda, l’avvento al potere in Siria del partito Baas nel 1960 (allora era salito al potere il padre dell’attuale leader siriano) ha portato a una progressiva arabizzazione del paese, eliminando i diritti identitari e linguistici dei curdi, arrivando a revocare la cittadinanza siriana a 300 mila componenti del gruppo nazionale curdo.

Allo scoppio delle prime proteste della primavera araba a Damasco, tuttavia, si è venuta a creare una strana ‘tregua’ tra il governo di Bashar al-Assad e la comunità curda: non si tratta ovviamente di un appoggio diretto dei movimenti curdi al dittatore siriano, ma quanto più di un avvicinamento dovuto alla necessità di mutua protezione. Ad Assad, infatti, interessa mantenere un controllo su di un’area geopoliticamente strategica come quella del nord-est del paese, ricca di petrolio e chiusa in un triangolo di frontiera con Iraq e Turchia, mentre molti curdi temono la creazione dello Stato islamico, centralizzato e autoritario (ancor più autoritario di quello di Assad). E proprio per questi motivi Assad ha immediatamente restituito la cittadinanza siriana ai curdi siriani.

Nel nord della Siria (ma anche in Iraq c’è qualcosa di analogo) si è creata una regione autonoma dove si trovano tra i due e i quattro milioni di persone: curdi, arabi, cristiani e centinaia di migliaia di profughi arrivati dal resto della Siria e dall’Iraq. I politici che governano questo territorio raccontano a chiunque sia disposto ad ascoltarli che il loro obiettivo non è l’indipendenza. Non vogliono una Siria divisa, ma vogliono essere “principi a casa loro”. Il futuro che immaginano è quello di una Siria federale, in cui sia garantita la loro autonomia.

Alcune delle vittorie contro l’ISIS sono state ottenute proprio dai curdi:

  • in Siria l’YPG (il braccio armato del partito per l’indipendenza curda in Siria) ha respinto l’attacco contro Kobane e nei mesi successivi è riuscito a riconquistare gran parte del nord della Siria, tagliando via l’ISIS dalle sue linee di rifornimento con la Turchia;
  • in Iraq i Peshmerga (l’equivalente dello YPG in Iraq) sono riusciti a minacciare la principale strada che l’ISIS usa per comunicare con la Siria, oltre ad aver guadagnato terreno lungo tutto il loro esteso fronte.

Questo non significa che i curdi siano disposti a combattere l’ISIS ovunque e in ogni momento. In Siria, ad esempio, l’avanzata dei curdi si è fermata a circa cento chilometri di distanza da Raqqa, la capitale dell’ISIS, perché lì la popolazione è a maggioranza araba.

I combattenti curdi ricevono armi, finanziamenti, addestramento dall’Occidente (Italia compresa), perché sono gli unici che combattono l’ISIS da terra.

La Turchia ha un comportamento molto ambiguo:

  • ha sostenuto i ribelli siriani anti-Assad (in chiave anti-iraniana e anti-curda), e quindi anche l’ISIS
    concentra tutti i suoi sforzi contro il PKK (l’equivalente di YPG siriani e dei Peshmerga iracheni in Turchia) per impedire la nascita della nazione curda,
  • contemporaneamente ha concesso la base aeree di Incirlik agli aerei americani per migliorare la capacità americana di bombardare l’ISIS.



Si è già parlato di Siria, di Iran, di Turchia, di Iraq, di Arabia Saudita, di ISIS, di Hezbollah, di Francia e Gran Bretagna, Russia, Italia e di Al Qaeda.

L'ultimo protagonista che sarà considerato nel prossimo post sono gli Stati Uniti d'America.

domenica 17 gennaio 2016

Il caos siriano: Al Qaeda


Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Quest'articolo è stato scritto da Michele Odierna.



È l’organizzazione legata al fondamentalismo islamico fondata nel 1988 da Osama Bin Laden, un saudita proveniente da una famiglia ricchissima.


Inizialmente ha finanziato e appoggiato la ribellione dei combattenti talebani (=mujahidin) in Afghanistan contro l’invasione Sovietica, e quindi è stato alleato degli USA.

Con la fine dell’invasione sovietica dell’Afghanistan (1989), Bin Laden è diventato acerrimo nemico dell’Occidente, tanto da essere il mandante dell’attacco alle Torri Gemelle a New York (11 settembre 2001).


Questa organizzazione non ha uno Stato di riferimento, ma è costituita da numerose cellule sparse, soprattutto nei paesi islamici, e interpreta il proprio ruolo contro il mondo occidentale, dove ha compiuto numerosi attentati (Londra, Madrid, e molti altri).

L’organizzazione terroristica è sopravvissuta alla morte di Osama Bin Laden, avvenuta nel 2011 al termine di un blitz organizzato dai servizi segreti americani. Oggi il suo leader è Ayman al-Zawahiri.


Facevano parte di Al Qaeda gli attentatori alla sede della rivista satirica Charlie Hebdo a Parigi (7 gennaio 2015), anche se l’attentato è stato rivendicato dall’ISIS.


Le principali differenze fra ISIS e Al Qaeda:

  • Al Qaeda non ha un suo territorio, ISIS ha uno Stato e tende ad ampliare i suoi confini;
  • il principale nemico di Al Quaeda è l’Occidente, per l’ISIS sono i suoi vicini (che sono paesi islamici);
  • gli attentati di Al Qaeda in Occidente sono rivolti contro l’Occidente stesso, quelli di ISIS hanno lo scopo propagandistico, per attrarre giovani combattenti che vivono in occidente (=foreign fighters).
Le cellule di Al Qaeda in Siria sono state aspramente combattute dall’ISIS, e sempre più nel mondo, coloro che facevano riferimento ad Al Qaeda si muovono oggi sotto il brand dell’ISIS.



Si è già parlato di Siria, di Iran, di Turchia, di Iraq, di Arabia Saudita, di ISIS, di Hezbollah, di Francia e Gran Bretagna, Russia e Italia.

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:

  • il popolo curdo
  • USA

Il caos siriano: Italia


Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Quest'articolo è stato scritto da Valerio Guida.



I principali interessi italiani sono in Libia, per questo motivo la politica estera è segnata principalmente dalla soluzione del caos libico che è seguito alla caduta di Gheddafi nel 2011 (provocato dagli attacchi francesi, inglesi e italiani).

È stato siglato l’accordo per la nascita di una ampia coalizione di governo in Libia seguita alla Conferenza di Roma del 13 dicembre 2015, in chiave anti-ISIS che è attiva anche in Libia. I negoziati sono stati condotti dall’Italia, con il favore dell’ONU, degli USA e della Russia.

Invece l’Italia non ha raccolto l’esortazione di Hollande, dopo gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, a bombardare la Siria, sebbene un contingente di mille soldati italiani sia stato inviato a difendere i lavori di un’azienda italiana ad una diga sul fiume Eufrate, la diga di Mosul, in Iraq ai confini con l’ISIS.

La preoccupazione maggiore del capo del governo è quella di stringere accordi economici:


  • Matteo Renzi ha fatto una visita in Arabia Saudita, stringendo mani a sceicchi e principini (che hanno finanziato l'ISIS e che sostengono le milizie contro Bashar al Assad);
  • l’Italia vende armi all’Arabia Saudita: la notizia risale alla mattinata del 19 novembre quando risulta essere atterrato a Riyad un cargo carico di bombe MK-80 fabbricate in Sardegna, partite nei giorni scorsi dall'aeroporto di Cagliari Elmas, si tratterebbe della seconda spedizione nel giro di tre settimane;

L'Arabia Saudita rappresenta uno dei principali clienti della nostra industria militare. Dalle relazioni inviate dal Governo alle Camere si ricava che nel quinquennio 2010-2014 la destinazione principale della vendita di armi è stata il Medio Oriente.

E se in Arabia Saudita sono violati i più basilari principi umani, poco importa. È rimasto inascoltato l’appello di Amnesty International per la sospensione da parte dell'Italia dell'invio di sistemi militari alle forze armate saudite e una chiara presa di posizione sulle violazioni dei diritti umani del governo saudita (mentre l’Unione Europea ha conferito il Premio Sakharov a un blogger saudita, condannato a 10 anni di carcere e a 1000 frustate per reato di opinione).



Si è già parlato di Siria, di Iran, di Turchia, di Iraq, di Arabia Saudita, di ISIS, di Hezbollah, di Francia e Gran Bretagna e Russia.

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:

  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA

Il caos siriano: Russia


Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Quest'articolo è stato scritto da Michele Scarfò, in arte Dracma.



La Russia è stata rivale degli Stati Uniti al tempo della Guerra Fredda. Successivamente ha subito un grande declino e si è sfilata dagli scenari internazionali.

Con il consolidamento del potere di Putin, sta conoscendo di nuovo rilevanza e si sono innescate delle aree di crisi con l’Occidente, tanto da far rivivere gli scenari della Guerra Fredda:

  • la prima area di crisi è stata l’Ucraina, a causa della quale l’UE e gli USA hanno stabilito delle sanzioni economiche per punire la Russia
  • la seconda area di crisi è il Medio Oriente

infatti, Stati Uniti e Russia si trovano da anni su posizioni opposte nella guerra in Siria:

  • il governo russo è alleato di Bashar al Assad, alleanza che permette a Mosca di mantenere il suo sbocco sul Mediterraneo,
  • mentre gli USA sostengono i ribelli che vogliono rovesciare il regime siriano.


Durante la Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici (COP21) Obama e Putin si sono incontrati e hanno deciso di unire le forze per sconfiggere l’ISIS, ma restano le divergenze sugli scenari che seguiranno la sconfitta dell’ISIS.

Gli interventi militari della Russia che hanno seguito quell’incontro non sono stati solo contro ISIS, ma anche contro i ribelli anti-Assad sostenuti dagli USA; inoltre, il 24 novembre 2015 un aereo russo è stato abbattuto in Turchia dai turchi, che teoricamente dovrebbero essere alleati della Russia contro ISIS. Sono seguite delle pesanti sanzioni economiche della Russia contro la Turchia.



Si è già parlato di Siria, di Iran, di Turchia, di Iraq, di Arabia Saudita, di ISIS, di Hezbollah, di Francia e Gran Bretagna.

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:

  • Italia
  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA

sabato 16 gennaio 2016

Il caos siriano: Francia e Gran Bretagna


Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Marco Corradi ha scritto sulla Francia, Lorenzo Calandri sulla Gran Bretagna. Li raduno qui perché la storia unisce questi due paesi.



Le motivazioni principali per cui la Francia è una dei protagonisti del caos Siriano sono tre:

  • la prima è di origine storica e risale a circa 100 anni fa, all’accordo Sykes-Picot, che divideva il Medio Oriente tra le potenze coloniali, Francia e Inghilterra, impedendo la nascita della promessa nazione araba. Così ora è l'ISIS (che sta controllando, il petrolio di Mosul), che vuole ridisegnare con violenza i confini, una volta stabiliti da Skyes e Picot;

  • la seconda motivazione è geopolitica. La Francia infatti è uno dei paesi europei, con la Gran Bretagna, che ha deciso di contribuire ai bombardamenti delle postazioni dell'ISIS in Siria e Iraq, dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015;
  • la terza e ultima ragione è economica, infatti la Francia, oltre alla vendita negli ultimi cinque anni di armi alla Colombia, Pakistan, Israele e Ciad, durante le Primavere Arabe ha fornito armi a Tunisia, Libia e Bahrain durante i mesi della rivolta.



Come tutti sappiamo la situazione della Siria è critica, e anche la Gran Bretagna ha le sue responsabilità, con radici molto antiche, risalenti alla Prima Guerra Mondiale: il governo inglese ha usato spericolate strategie per vincere la guerra, stipulando gli accordi segreti con i francesi (Sykes-Picot) per la spartizione del Medio Oriente, e pubblicando la dichiarazione Balfour con le promesse agli ebrei, ribaltando il precedente accordo stipulato con Houssein, leader del tentato risorgimento del mondo arabo, provocando non solo liti e guerre tra i paesi arabi ed Israele, ma contribuendo a creare la situazione di degrado e caos più totale in Siria, che paga le conseguenze di una divisione del Medio Oriente fatta con il righello.

Dopo la strage di Parigi del 13 novembre 2015, Francia e Gran Bretagna, che hanno ignorato le innumerevoli stragi fuori dall’Europa e dagli Stati Uniti, hanno deciso un intervento diretto. Il premier conservatore Cameron, su sollecitazione del presidente francese Hollande, ha chiesto al proprio parlamento il via libera per mandare i suoi bombardieri sulla Siria, facendo ancora di più caos ed uccidendo civili. Nonostante il leader dei laburisti fosse contrario, la maggioranza del suo partito ha votato a favore dell’intervento.

Si è già parlato di Siria, di Iran, di Turchia, di Iraq, di Arabia Saudita, di ISIS e di Hezbollah.

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:

  • Russia
  • Italia
  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA

Il caos siriano: Hezbollah


Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Quest'articolo è la fusione degli articoli scritti da Mattia Contessa e Francesco Sanna



Hezbollah (che significa partito di Dio) è un partito politico sciita fondato nel giugno del 1982 in Libano, che fa riferimento all’Iran (che probabilmente lo sostiene economicamente), dotato di un ala militare addestrata dall’Iran stesso.


All’interno del Libano ha lavorato alla ricostruzione dopo le varie incursioni e bombardamenti israeliani, è attivo in campo sociale, gestendo una serie di attività ed istituzioni che forniscono istruzione, assistenza sanitaria e sostegno economico alle famiglie meno abbienti. Uno Stato nello Stato.

In politica estera è alleato della Siria di Assad e ha sposato la causa palestinese, mentre è avversario di Israele e delle potenze occidentali che hanno interessi economici in Libano.

Hezbollah combatte a fianco dell’esercito siriano contro gli oppositori al regime di Assad (e quindi anche contro l’ISIS). Questa lotta viene definita per la sopravvivenza, infatti se dovesse cadere il potere alawita in Siria, si determinerebbe una discontinuità territoriale tra il Libano e l’Iran con un conseguente danneggiamento del rifornimento militare proveniente da Teheran.

In questo modo ne risulterebbe indebolito lo stesso regime iraniano e questo ridurrebbe direttamente il peso di Hezbollah.


I leader alleati. Da sinistra Nasrallah (Hezbollah), Rouhani (Iran), Assad (Siria), Putin (Russia)



Si è già parlato di Siria, di Iran, di Turchia, di Iraq, di Arabia Saudita e di ISIS.

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:

  • Francia
  • Gran Bretagna
  • Russia
  • Italia
  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA



venerdì 15 gennaio 2016

Il caos siriano: ISIS

Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Quest'articolo è stato scritto da Francesca Veneziano.


Per non contribuire in nessun modo alla propaganda dell'ISIS, pubblico solo una foto che rappresenta il dramma dei profughi in fuga dalla guerra.



ISIS (o Daesh in arabo) è una sigla che indica lo Stato Islamico della Siria e del Levante, il nucleo del nascente califfato, guidato da Abu Bakr al-Baghdadi che si è autoproclamato Califfo, con l’intenzione di ampliare il suo territorio fino a ricreare quella che fu l'estensione del califfato omayyade nell'ottavo secolo d.C.

Per realizzare questo progetto è in possesso di armamenti pesanti, che provengono sia dall'acquisto, sia dalle razzie che gli stessi mettono in atto dopo gli attacchi a città e basi militari.

Col passare del tempo è diventato sempre più forte militarmente e ricco, grazie

  • al pagamento dei riscatti dei sequestri di persone che compie,
  • a un forte finanziamento che deriva dal Qatar (dove ci sarebbero le casse dello Stato Islamico),
  • alla vendita di petrolio,
  • allo sfruttamento dell'immigrazione clandestina, il traffico di uomini
  • al contrabbando di reperti archeologici.

All’interno del territorio l’ISIS applica la legge coranica (Shari’a), infliggendo pene terribili a chi non rispetta i dettami e agli oppositori, ma comunque amministrando il proprio territorio. Non regna l’anarchia.

All’esterno l’ISIS è contro tutti, e tutti sono contro l’ISIS, ma di fatto le divisioni interne al fronte anti-ISIS impedisce di contrastare efficacemente lo Stato Islamico.

I combattenti dello Stato islamico sono reclutati:

  • sul luogo, avvalendosi della popolazione locale, che viene convertita all’islam radicale;
  • fra i giovani di tutto il mondo, facendo una sapiente propaganda con l’utilizzo dei social-network, attraendo i cosiddetti foreign fighters, attratti dall’utopia del califfato ‘arrabbiati’ contro l’Occidente, che assegna agli immigrati di seconda o terza generazione un ruolo marginale.

I giovani stranieri arrivano nello Stato Islamico, in Siria o in Iraq, sono addestrati, indottrinati (il lavaggio del cervello è così forte che vengono convinti a compiere azioni suicide) e in alcuni casi ritornano al loro paese, dove compiono azioni terroristiche molto eclatanti, che aumentano e alimentano la propaganda.

Il “marchio” ISIS è talmente forte che altri gruppi jihadisti sparsi per il mondo, che prima agivano sotto il “marchio” Al Qaeda, si sono affiliati all’ISIS, proclamando fedeltà al califfo: il Libia, in Egitto, in Tunisia, nelle Filippine.



Si è già parlato di Siria, di Iran, di Turchia, di Iraq e di Arabia Saudita.

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:

  • Hezbollah
  • Francia
  • Gran Bretagna
  • Russia
  • Italia
  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA

Il caos siriano: Arabia Saudita


Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Quest'articolo è stato scritto da Ward Fadl.



L’Arabia Saudita rivendica un ruolo di guida nel mondo sunnita, in contrapposizione con l’Iran sciita.

Durante la primavera araba siriana l’Arabia Saudita ha appoggiato e armato i movimenti estremisti sunniti islamici per due motivi:
  • per rovesciare Assad, alleato di Teheran;
  • per impedire la nascita di una democrazia, che poteva sfuggire al controllo Saudita (come era avvenuto in Tunisia)

Le milizie dell’autoproclamatosi califfo al-Baghdadi hanno goduto di un indiretto ma decisivo supporto di Riyad (mai rivendicato, ma neppure smentito), perché i sauditi pensavano che sarebbero stati loro a capo dello stato islamico, ma quando hanno capito che non sarebbe stato così hanno deciso di schierarsi contro lo Stato Islamico, al fianco dell’Occidente, perché ormai temono il furore jihadista.

Su sollecitazione del presidente statunitense Barack Obama, Riyad ha annunciato la costituzione di una nuova alleanza militare islamica per combattere il terrorismo di matrice jihadista. La coalizione è formata da 34 Paesi del Golfo, del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. Tutti i 34 Stati membri appartengono all’OIC, Organizzazione della Cooperazione Islamica.


Più che i partecipanti spiccano però soprattutto gli assenti. Non sono stati coinvolti i governi di Siria e Iraq – vale a dire i Paesi in cui andranno a concentrarsi i principali sforzi militari della coalizione contro ISIS – così come l’Iran, bastione del mondo sciita in Medio Oriente. Si tratta di assenze significative che, di fatto, riflettono le reali intenzioni dell’Arabia Saudita con questa mossa, ossia consolidare la propria posizione di Paese dominante nello scacchiere dell’islam sunnita nello scontro con gli sciiti.

E ora Riyad fa anche parte della coalizione anti-ISIS che si è ufficialmente formata a Parigi, a cui partecipano anche i Paesi occidentali, ma non l’Iran e la Siria.



Si è già parlato di Siria, di Iran, di Turchia e di Iraq.

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:

  • ISIS
  • Hezbollah
  • Francia
  • Gran Bretagna
  • Russia
  • Italia
  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA

Il caos siriano: Iraq

Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Quest'articolo è la fusione degli articoli scritti da Gianluca Sergi e Lorenzo Matera



Nel 2003 a causa dell’occupazione dell’Iraq da parte degli americani e dell’abbattimento del regime sunnita di Saddam Houssein, il governatore dell’Iraq imposto dagli USA emanò un decreto che prevedeva lo scioglimento dell’esercito iracheno.

Il 28 giugno 2004 si instaurò un nuovo governo provvisorio iracheno, presieduto da uno sciita con il compito di preparare lo svolgimento di nuove elezioni e di redigere la nuova carta costituzionale.

Nella comunità sunnita, che svolgeva un ruolo marginale nel processo di transizione, si rafforzò intanto un'ala radicale (costituita principalmente da ex-militari di Saddam Houssein) che cominciò a combattere contro gli statunitensi e contro il nuovo governo sciita, con lo scopo di riprendere il potere in Iraq: intensificò la sua offensiva terroristica, con migliaia di attentati mortali e di atti di sabotaggio.


In un clima di terrore si svolsero le elezioni nel 2005, ma nel 2006 l’organizzazione di ex-militari iracheni si unì ad altri quattro gruppi di ribelli e venne annunciata la fondazione dello Stato islamico dell’Iraq, ISI.

Nel 2011, nel caos creato dalla guerra civile siriana, lo Stato Islamico ha occupato militarmente anche parte della Siria, e nel 2012 è nato lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.

L’esercito regolare iracheno, addestrato dagli USA, sta portando degli attacchi all’ISIS e il 27 dicembre, pochi giorni fa, ha ripreso la città di Ramadi, che si trova a 100 km dalla capitale.



Si è già parlato di Siria, di Iran e di Turchia.

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:
  • Arabia Saudita
  • ISIS
  • Hezbollah
  • Francia
  • Gran Bretagna
  • Russia
  • Italia
  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA

giovedì 14 gennaio 2016

Il caos siriano: Turchia


Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Quest'articolo è la fusione degli articoli scritti da Shanej Ebru e Martina Raiola.



La Turchia, che dopo il 1924 ha avuto una connotazione fortemente laica, si sta spostando verso la trasformazione in stato religioso sunnita. Il presidente Erdoğan, che appartiene ai Fratelli mussulmani ha mire egemoniche sulla regione mediorientale e vorrebbe ricostituire il califfato ottomano, esperienza che si era conclusa alla fine della I Guerra Mondiale.

Questo paese ha giocato un ruolo di primo piano nella guerra civile siriana, ed è forse il Paese che ha avuto l’atteggiamento più ambiguo nella crisi.

In una regione a cavallo tra l’Iraq, l'Iran, la Siria e la Turchia si estende un’area popolata da una maggioranza curda, un popolo senza terra, che conserva una grande aspirazione all’unità in uno stato con frontiere proprie.


I curdi hanno creato una regione autonoma in Iraq, e in Siria e sono molto attivi militarmente nel conflitto contro l’ISIS (sono gli unici che combattono da terra). Il governo turco ritiene che se i curdi contribuiranno a fermare l’ISIS, poi rivendicheranno l’autonomia anche in Turchia.

Secondo alcuni analisti, il vero obiettivo di Ankara nel partecipare alla coalizione anti-ISIS è proprio quello di combattere i curdi, per impedire il rafforzamento del PKK, un movimento politico-militare che ha combattuto un’insurrezione contro il governo turco.

Ankara, inoltre, mira ad indebolire l’asse sciita (Iran-Iraq-Siria-Libano), e per questo ha appoggiato i ribelli sunniti anti-Assad in Siria (ISIS compreso). La Turchia sperava che il regime siriano cadesse prima che la Siria sprofondasse al punto tale che i curdi conquistassero l’autonomia riaccendendo la questione curda in Turchia.

Ma questo non è successo, e ora la Turchia si ritrova al fianco dell’Occidente a combattere lo Stato islamico, che una volta aiutava, anche perché si sente minacciata.



Si è già parlato di Siria e di Iran

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:

  • Iraq
  • Arabia Saudita
  • ISIS
  • Hezbollah
  • Francia
  • Gran Bretagna
  • Russia
  • Italia
  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA

Il caos siriano: Iran

Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.

Quest'articolo è stato scritto da Suran Gassemi




L’Iran sciita ha mire egemoniche nella regione mediorientale:

  • i suoi alleati sono i paesi con governi sciiti (la Siria di Assad, l’Iraq del dopo-Hussein, gli Hezbollah libanesi);
  • i suoi avversari nella regione sono Israele e i paesi con governi sunniti, e sopra tutti l’Arabia Saudita e la Turchia;

L’Iran è stato messo all’angolo dalle sanzioni economiche dell’Occidente, avviate nel 2007, perché il governo era stato accusato di voler armarsi di ordigni nucleari. Dopo le recenti elezioni, con l’ascesa al potere di Rouhani, si è avviato il disgelo fra Iran e USA e sono in atto dei colloqui per togliere le sanzioni all’Iran.

Il Medio Oriente è il luogo in cui si confrontano, ancora, USA e Russia. I paesi sunniti dell’area sono alleati USA, quelli sciiti sono alleati della Russia.

Nella crisi siriana
  • l’Iran e la Russia sostengono Assad contro tutti gli oppositori del regime, ISIS compreso;
  • i paesi sunniti e l’Occidente sostengono i ribelli siriani contro l’ISIS e contro Assad.

Questa divergenza rende complicata la creazione di un fronte unitario anti-ISIS (reso esplicito dall’abbattimento dell’aereo russo in Turchia), e tuttavia è indispensabile l’apporto dell’Iran nella lotta all’ISIS.

La popolazione siriana, a maggioranza sunnita, è stretta nella morsa di ISIS e di Assad.



Si è già parlato di Siria

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:

  • Turchia
  • Iraq
  • Arabia Saudita
  • ISIS
  • Hezbollah
  • Francia
  • Gran Bretagna
  • Russia
  • Italia
  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA

Il caos siriano: Siria


Durante le vacanze invernali i miei studenti ed io abbiamo provato a mettere un po' di ordine nelle vicende attuali che riguardano la lotta allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Ci siamo divisi i compiti, in modo tale che fossero analizzate le posizioni di ciascun protagonista della guerra in atto.



Partiamo dunque dalla Siria, il cuore del problema.


Il paese non è ricco di risorse, ma si trova in posizione strategica fra i paesi ricchi di petrolio e l’Europa, e si affaccia sul Mediterraneo.

Al potere c’è Bashar al Assad, un alawita (una setta dello sciismo). Il suo governo è sostenuto dall’Iran sciita, dalla Russia di Putin che ha delle basi militari sulla costa siriana, l’unico affaccio sul Mediterraneo, e dagli Hezbollah libanesi.

Il paese, governato da uno sciita, è a maggioranza sunnita, e comprende anche il 10% di cristiani e la popolazione curda. Assad, al potere per discendenza, non è stato eletto e ha una forte opposizione interna sunnita. Egli ha represso nel sangue la rivolta siriana, inasprendo il confitto interno, scatenando una vera e propria guerra civile, che è ancora in corso, e che ha provocato l’esodo di 11 milioni di persone.

A fianco della ribellione sunnita della ‘primavera’ siriana si sono trovati l’Occidente con in testa gli USA, l’Arabia Saudita (e anche EAU, e Qatar) e la Turchia, che l’hanno sostenuta.

È in questo quadro caotico che nasce l’ISIS, lo Stato Islamico della Siria e del Levante, su un territorio a cavallo fra Siria e Iraq, che si propone di espandersi per rifondare la nazione araba, il califfato, cancellato dall’accordo Sykes-Picot. Tutti i paesi dichiarano di voler ostacolare questo piano, ma interessi particolari, divisioni interne e distinguo, di fatto, permettono la sua sopravvivenza.

Gli altri protagonisti che saranno considerati nei prossimi post sono:

  • Iran
  • Turchia
  • Iraq
  • Arabia Saudita
  • ISIS
  • Hezbollah
  • Francia
  • Gran Bretagna
  • Russia
  • Italia
  • Al Qaeda
  • il popolo curdo
  • USA

domenica 20 settembre 2015

La questione mediorientale - concetti chiave

Trattando la questione mediorientale è necessario fare un po' di chiarezza su alcuni termini e concetti che vengono usati, il cui significato non è sempre chiaro, e talvolta è controverso. Cercherò fornire una definizione sintetica, rimandando alla lettura di testi più ampi con dei link, principalmente a Wikipedia.

In ordine alfabetico: Califfo/Califfato, ISIS/Daesh/Stato Islamico, jihad/jihadismo, Medio Oriente/Vicino Oriente, Paesi arabi/Paesi islamici, Primavere arabe, Sciiti/Sunniti, Shariʿah (legge), sionismo, ...

Sono ben accetti suggerimenti e integrazioni :-)



In primo luogo, quale parte del mondo chiamiamo Medio Oriente?


Il nome della regione deriva da una prospettiva europea, e quindi sarebbe preferibile chiamarlo Vicino Oriente.
Facendo una ricerca sul web si trovano diversi risultati, ma per comodità possiamo circoscriverlo alla regione che va dall'Egitto all'Iran, e dalla Penisola dell'Anatolia alla Penisola Arabica, come evidenziato dalla cartina geografica.



Altri due punti su cui è necessario fare chiarezza:
  1. Quali sono i paesi arabi? Sono i paesi la cui maggioranza della popolazione parla la lingua araba, che è la lingua ufficiale dello Stato.

  2. Quali sono i paesi islamici? Sono i paesi la cui maggioranza della popolazione è musulmana, cioè professa la religione islamica. La religione in questi Stati è fortemente legata al governo politico, ma solo in alcuni la giurisprudenza applica la Shariʿah, come Iran e l'Arabia Saudita.

    Quindi: tutti i paesi arabi sono islamici, ma non viceversa



Il mondo islamico non è per nulla monolitico. Come per la religione cristiana, anche i musulmani presentano delle divisioni al loro interno. Una prima grande distinzione è quella fra sunniti e sciiti. E qui cito il lavoro della mia alunna Sara, che ha fornito una spiegazione.

Sunniti e sciiti sono entrambi dei seguaci dell’Islam:
  • credono nello stesso Dio, Allah;
  • credono nel suo profeta Maometto;
  • obbediscono ai cinque pilastri della religione.

La divisione tra sunniti e sciiti risale alla morte del fondatore dell'islam, Maometto (632 d.c.), per la designazione del califfo (il successore, alla guida dei popoli musulmani):
  • i sunniti (sunnah/tradizione) ritengono che il successore di Maometto dovesse essere Abou Bakr, amico e suocero di Maometto;
  • gli sciiti ritengono che il successore di Maometto dovesse essere Alì, suo cugino e allo stesso tempo genero.

Prevalsero numericamente i sunniti, che oggi costituiscono l’80% dei musulmani. Con l’ascesa di Khomeini in Iran, nel 1979, si generò una vera contrapposizione politica fra gli stati a maggioranza sciita, capeggiati dall’Iran e quelli a maggioranza sunnita, capeggiati dall'Arabia Saudita, e quindi le divisioni religiose sono utilizzate per fini politici.



Storicamente il califfato, il governo e i territori governati dal califfo, ha avuto inizio alla morte di Maometto, nel 632, e si è concluso nel 1258 con la presa di Baghdad (l'odierna capitale dell'Iraq) da parte dei mongoli. Nel tempo della sua massima estensione i territori del califfato andavano dalla Spagna all'Indo, includendo il Nord Africa, tutto il Medio Oriente, Pakistan, Afghanistan. Il governo era di tipo dinastico. I principali califfati sono stati quello degli ommayyadi (con capitale Damasco, nell'odierna Siria) e quello degli abbasidi (con capitale Baghdad, nell'odierno Iraq).


Il califfato omayyade

In tempi successivi, ci sono stati diversi tentativi di farlo risorgere, come è stato il caso del califfato ottomano che perdurò sino al 1924, con la nascita della moderna Turchia, voluta da Atatürk.

Oggi un manipolo di fanatici con un'ideologia di stampo nazista e con mire di espansione, che hanno la loro base in una regione fra la Siria e l'Iraq, intendono far risorgere il califfato. L'autoproclamato califfo si chiama Abu Bakr al-Baghdadi, e governa un'entità chiamata ISIS (o Daesh): lo Stato Islamico della Siria e del Levante. La guerra civile in atto in Siria e in Iraq ha provocato l'esodo di 4 milioni di persone.
(Desidero essere sintetica qui, ma questo punto sarà certamente approfondito)


mappa dell'ISIS

Voglio ricordare che i califfati storici erano centri di grande civiltà, dove venivano coltivate le arti e le scienze, nulla a che vedere con la barbarie che oggi osserviamo nell'ISIS (i numeri che usiamo sono i numeri arabi, la parola algebra (al-ğabr) deriva dall'arabo, lo zero e la numerazione posizionale ci arrivano dall'India grazie agli arabi...).



Alle azioni criminali di gruppi come ISIS, Boko Haram, Al Qaeda, per citare i più noti, si lega l'attributo di jihadisti, col significato di combattenti la 'guerra santa' contro gli infedeli.

Si potrebbe pensare che gli infedeli siano i non islamisti, ma non è così. Per questi gruppi gli infedeli sono i non islamisti e tutti coloro che non interpretano il Corano secondo la loro singolare visione, infatti il maggior numero delle loro vittime vittime si contano fra i musulmani stessi, e chi fugge, fugge dalla loro violenza.

Nel Corano, tuttavia, il termine jihad, che significa letteralmente 'sforzo', è la tensione che un musulmano dovrebbe esercitare verso se stesso comprendere i misteri divini e l'impegno nell'affermare e diffondere la fede. E non ha in origine una connotazione bellica. Maometto parla di un dio misericordioso, pronto al perdono.


Faccio un paragone attualissimo che, secondo me, serve a far capire le distorsioni della religione.
  • Papa Francesco esorta i fedeli ad accogliere i profughi che fuggono dalla barbarie dell'ISIS con spirito cristiano.
  • In Ungheria erigono i muri per impedire l'accesso ai profughi siriani sostenendo che è necessario proteggere la cultura e la civiltà cristiana dall'invasione di questi 'stranieri'.
Chi interpreta correttamente il pensiero cristiano? Il presidente ungherese Orban o il capo della comunità cristiana Francesco?



Shariʿah in arabo significa "legge" ed è un codice di comportamento etico derivante dall'interpretazione dei libri sacri dell'islam (Corano e Sunna). In alcuni Stati islamici (come l'Arabia Saudita e l'Iran) i codici del diritto privato e pubblico derivano dall'interpretazione dei testi sacri, in questo caso si dice che essi applicano la Shariʿah. In altri Stati islamici la Shariʿah non si applica affatto (come in Tunisia e in Turchia), il cui codice è quindi laico, in altri ancora è applicata al solo diritto privato (come in Egitto e in Algeria).


Così come ci indigniamo per l'applicazione della pena di morte negli Stati Uniti d'America, allo stesso modo ci indigna sapere che una donna adultera è condannata con la lapidazione in Iran (per inciso, l'adulterio non è più un reato in Italia solo dal 1968), o che un oppositore di regime è decapitato e crocefisso in Arabia Saudita.

È necessario l'impegno di tutti perché ovunque i diritti umani siano rispettati: alcune associazioni internazionali promuovono campagne simboliche di sensibilizzazione, per combattere contro la violazione dei diritti.



Il sionismo (dal Monte Sion, su cui sorge Gerusalemme, la città santa per cristiani, musulmani ed ebrei) è un movimento politico sorto verso la fine del 1800 che si proponeva di dar vita uno Stato per gli ebrei, per permettere loro di sfuggire alle ripetute ondate di antisemitismo che si susseguivano in Europa. Il culmine delle persecuzioni è stato il genocidio nazista, ma gli ebrei sono stati per secoli fatti bersaglio di ghettizzazione, pregiudizi, persecuzioni e violenze. La nascita dello Stato ebraico, Israele, è stato sancito nel 1948, ma la sua nascita non ha significato la pace, né per gli ebrei, né per i palestinesi che hanno dovuto lasciare le loro terre, profughi a loro volta.


Gerusalemme



La primavera è la stagione dell’anno che rappresenta il risveglio della natura, ed è usata come metafora per indicare i movimenti di lotta per la rinascita della democrazia contro regimi di governo oppressivi, che non rispettano i diritti umani e reprimono le libertà individuali: la Primavera di Praga risale al 1968, la Primavera di Pechino al 1989, e, più recentemente, le Primavere arabe.

Tutto iniziò in Tunisia nel 2010 con le manifestazioni per protestare contro l’aumento del prezzo del pane represse duramente dalla polizia. In seguito alla repressione un ambulante, Mohamed Bouazizi, compì un gesto estremo dandosi fuoco pubblicamente. Sull’onda emozionale le manifestazioni ripresero e divennero contro il regime corrotto di Tunisi e per chiedere elezioni democratiche.


Nella maggioranza dei Paesi arabi post-coloniali i regimi non sono eletti democraticamente, ma sono o a successione dinastica, o nelle mani di militari che hanno preso il potere con colpi di stato, o comunque stabiliti in modo verticistico (dal gruppo al potere). Alla rivolta di Tunisi sono seguite manifestazioni in altri paesi: la Siria, la Libia, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq.

La spontaneità della ribellione, la grande partecipazione giovanile, l’imponenza delle manifestazioni di piazza e la non violenza del movimento, che avevano segnato il momento più alto di questa ondata rivoluzionaria, si sono trasformate in molti casi in lotte di potere da parte dei terroristi islamici camuffati da ribelli moderati ed appoggiati in modo spudorato dall’Occidente e dai Paesi arabi coinvolti nei conflitti per motivi politici, sfociate nella tragedia siriana.



lavori in corso

Alawiti
Baathista
Hascemiti
Nazionalismo arabo
Velo islamico
Wahhabita

domenica 30 agosto 2015

La questione mediorientale - le guerre arabo-israeliane

Ho provato a scandire in modo molto schematico i principali eventi che hanno caratterizzato il conflitto arabo-israeliano, ponendo l'accento, al termine, sulla questione palestinese, che è tutt'ora aperta.

La questione mediorientale - le origini

Presento qui una sintesi del filmato RAI "Promesse e tradimenti" che ci permette di comprendere, almeno in parte, le origini dei conflitti che hanno interessato l'area mediorientale.



Nel 1914 scoppia la 1^ Guerra Mondiale che vede confrontarsi da un lato la Triplice Alleanza formata da Prussia, Impero Asburgico (austro-ungarico) e l’impero Ottomano e dall’altro la Triplice Intesa formata da Inghilterra, Francia e Russia.

Doveva essere una guerra di breve durata, ma si è prolungata nel tempo. Per cercare di colpire l’Alleanza, l’Inghilterra punta a sconfiggere gli ottomani, che rappresentavano l’anello più debole, alleandosi con gli arabi, capeggiati da Houssein, promettendo loro di poter far nascere una nazione araba, puntando sul nazionalismo arabo.

Nonostante la promessa degli inglesi agli arabi della possibilità di costruire una nazione araba col loro sostegno, nel 1916 i rappresentanti di Inghilterra e Francia, Sykes e Picot, stipulano un accordo segreto col quale stabiliscono la spartizione dei territori in terra araba in caso di vittoria:
  • all’Inghilterra l’Iraq per le numerose risorse (ferrovie e petrolio), la Giordania, la Palestina e il controllo sul Canale di Suez;
  • alla Francia la Siria per vantaggi commerciali, uno sbocco sul Mar Mediterraneo orientale, e il Libano.


Intanto Inglesi e Francesi sono in difficoltà sul Fronte Occidentale e cercano nuove alleanze, anche perché nel frattempo scoppia la Rivoluzione Russa, e un alleato esce dal conflitto.

Cercano dunque di coinvolgere gli americani nel conflitto, facendo leva sul movimento sionista, ebrei che desiderano un proprio Stato, puntando sul fatto che gli ebrei negli Stati Uniti hanno una grande influenza sul governo. Gli inglesi promettono, con la dichiarazione Balfour, di creare uno stato per gli ebrei in Palestina.


Nello stesso modo gli inglesi cercano di convincere i russi a rientrare nel conflitto, e visto che a capo del governo sovietico vi sono molti ebrei, giocano, anche con loro la carta del sionismo. Ottengono un netto rifiuto, visto che l'ideologia sovietica è internazionalista. Infatti i bolscevichi ritenevano che il nazionalismo, e quindi il sionismo, fosse un’ idea capitalista. Non solo, dopo la rivoluzione i bolscevichi rendono pubblici gli accordi segreti tra la Francia e l’Inghilterra, trovati negli archivi dello zar, e gli arabi capiscono che gli inglesi li hanno ingannati.


Nonostante questo gli arabi non abbandonano l’alleanza con gli inglesi, dalla quale cercheranno di trarre il maggior vantaggio possibile al termine della guerra.

L'11 dicembre 1917 a Gerusalemme arrivano le truppe inglesi con Sykes e Picot che la conquistano. Nell’aprile 1918, sempre a Gerusalemme, arriva Weizmann, capo del movimento sionista, e con lui altri componenti del movimento, e qui e fondano l’Università Ebraica, che rappresenterà il cuore della cultura sionista. Weizmann incontra il generale Allemby, e per gli arabi questo è il chiaro segno che gli inglesi vogliono rispettare la dichiarazione Balfour.

Il 3 ottobre 1918 le truppe di Allemby entrano a Damasco (Siria). Gli inglesi sanno bene che devono cedere la Siria ai francesi. Feisal (uno dei figli di Houssein) nel frattempo ha formato un governo in Siria, ma dopo il Trattato di Versailles, sarà cacciato dai francesi; gli inglesi, allora, lo porranno a capo dell’Iraq, dandogli uno stipendio, e pagando le spese per il suo esercito e i costi della sua amministrazione, concedendogli soltanto un potere simbolico.


L'11 Novembre 1918 in Europa finisce la prima guerra mondiale e a Versailles il 18 gennaio 1919 si riuniscono i vincitori (inglesi, francesi, americani):
  • i territori del Medio Oriente vengono spartiti secondo l’accordo Sykes-Picot
  • è permessa l’immigrazione ebraica in Palestina, secondo la dichiarazione Balfour, ignorando il principio di autodeterminazione dei popoli liberati dalla dominazione ottomana. Le richieste di Feisal a Versailles sono ignorate.

Intanto Weizmann e il movimento sionista finanziano l’acquisto di terre e la costruzione di insediamenti per gli immigrati ebrei.
Negli anni ‘30 e ‘40, gli anni della persecuzione nazista, molti ebrei emigrano in Palestina, che si rivela una via di salvezza. Gli arabi dal canto loro tenteranno di opporsi a quella che sentono un’invasione, e quando gli inglesi proveranno a porvi un freno, subiranno attentati terroristici. Alla fine decideranno di rimettere il loro mandato.
Il 14 maggio 1948, con una risoluzione dell’ONU, nasce lo Stato di Israele, che si trova subito in guerra con gli arabi.


Gli inglesi, per tutte le manovre attuate durante il conflitto, si guadagnano il titolo di “doppiogiochisti”.

martedì 28 luglio 2015

la nascita dell'Unione Europea

Filmato della RAI "L'Europa unita - La difficile nascita di un sogno"

sintesi di Alessio Masotina

La firma del Trattato di Roma






Nell’epoca napoleonica la Francia era la prima potenza europea, poi fu ridimensionata da parte della Germania. Nel corso dell’800 e fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale Germania e Francia si contesero il predominio in Europa (Hitler sfilò a Parigi, nel 1940, nella Francia occupata dai nazisti).


In Italia, nel 1941, Altiero Spinelli e Ernesto Rossi vengono mandati al confino a Ventotene, una delle Isole Pontine, per le loro idee antifasciste. Durante questo periodo elaborarono un documento, il “Manifesto di Ventotene”, che lanciava l’idea della costruzione degli Stati Uniti d’Europa. A loro si unì poi Luigi Einaudi (colui che diventerà il primo Presidente della Repubblica Italiana).

Pur essendo di partiti politici differenti (comunista Spinelli, radicale Rossi, liberale Einaudi), riuscirono a confrontarsi sulla necessità di impedire nuove guerre in Europa e impedire altresì la rinascita dei totalitarismi, nazismo e comunismo, attraverso la formazione di una Europa federata, sul modello degli Stati Uniti.

Rossi, Spinelli e Einaudi sono considerati i padri dell’Unione Europea


Nel febbraio del 1945, prevedendo la vittoria imminente degli alleati, Roosevelt per gli USA, Churchill per l’Inghilterra e Stalin per l’URSS si incontrarono a Yalta, in Crimea, per stabilire la spartizione del mondo fra i vincitori. L’Europa viene spaccata in due e il confine che separa l’Europa Occidentale, sotto l’influenza degli Stati Uniti, dall’Europa Orientale, sotto l’influenza Sovietica, è chiamata “cortina di ferro”. Varsavia, Berlino, Praga, Budapest, Belgrado, Bucarest e Sophia sono le capitali degli stati satelliti dell’Unione Sovietica.

 

A livello internazionale, a Zurigo, il 19 settembre 1946, Churchill parla per la prima volta di Stati Uniti d’Europa. Per favorire la rinascita dell’Europa Occidentale, gli Stati Uniti lanciano il piano Marshall (ERP): un piano di aiuti economici per risollevare l’Europa dalle sue macerie. Per gli USA era importante che l’Europa ritornasse forte per contrastare l’URSS, in quella che sarà la lunga stagione della guerra fredda. Per questo la nascita nell’unità d’Europa sarà incoraggiata dagli USA.


Il 9 maggio del 1950 alle ore 16:00 ci fu la dichiarazione del francese Schumann, con cui propose di costruire l’unità dell’Europa gradualmente, partendo dalla creazione di un’interdipendenza economica fra Germania e Francia per la produzione dell’acciaio, materia prima indispensabile per avviare il processo di ricostruzione.

La Germania è ricca di miniere il carbone (nelle regioni della Saar e della Ruhr), la Francia ricca di miniere di ferro (nelle regioni dell’ Alsazia e della Lorena), ed entrambi i minerali sono necessari per produrre l’acciaio.

Creando questa dipendenza reciproca si poteva evitare che si facessero nuovamente la guerra! Col Trattato di Parigi del 18 aprile 1951 è istituita la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) a cui aderiscono, oltre a Germania e Francia, anche Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, e Italia.


Questi stessi Paesi, poi, il 25 marzo 1957, firmarono il Trattato di Roma che istituì la CEE (Comunità Economica Europea) e l’EURATOM (Comunità Europea dell’Energia Atomica)


Questo processo è stato accelerato dalla crisi di Suez: Nasser, salito al potere in Egitto, nazionalizzò il Canale di Suez. Francia e Inghilterra intervennero militarmente, ma furono fermati dagli USA. Più che l’Inghilterra, fu la Francia che sentì il bisogno dell’unità degli Stati europei, per contrastare la supremazia di USA e URSS, sperando di riavere il prestigio internazionale del passato.

Il Trattato CEE di Roma prevedeva:
  • l'eliminazione dei dazi doganali tra gli Stati membri;
  • l'istituzione di una tariffa doganale esterna comune;
  • l'introduzione di politiche comuni nel settore dell'agricoltura e dei trasporti;
  • lo sviluppo della cooperazione tra gli Stati membri.

Il Trattato EURATOM fu elaborato per coordinare i programmi di ricerca dei Paesi aderenti al fine di promuovere un uso pacifico dell'energia nucleare.



Le tappe principali sulla strada della costruzione della UE furono:

  • nel 1979 la creazione del Parlamento Europeo eletto direttamente dai cittadini;
  • nel 1993 il Trattato di Maastricht, che si pone l’obiettivo della formazione dell’unione economico-finanziaria, per questo istituisce la BCE (Banca Centrale Europea); l’unione politica ipotizzata dallo stesso Trattato è ancora un percorso tortuoso;
  • nel 1997 il Trattato di Amsterdam rafforza l’unità politica degli Stati e include gli accordi sulla libera circolazione delle persone (Trattato di Schengen)
  • nel 1999 è stato introdotto l’Euro, la moneta unica, nei paesi che fanno parte dell’Eurozona;
  • nel 2002 è stato coniato l’Euro per i paesi dell’Eurozona.

Gli Stati membri:

  • nel 57 ci sono i 6 stati fondatori, Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo
  • nel 73 diventarono 9: + Danimarca, Irlanda, Inghilterra
  • nel 81 10: + Grecia
  • nel 86 12: +Spagna, Portogallo
  • nel 1990 si ha la riunificazione tedesca, con l'annessione della Germania Democratica alla Repubblica Federale 
  • nel 95 15: + Austria, Svezia, Finlandia
  • nel 2004 25: + Malta, Cipro, Lituania, Lettonia, Estonia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia
  • nel 2007 27: + Bulgaria, Romania
  • e nel 2013 28: + Croazia

Gli Stati che chiedono di aderire alla UE:

Fra gli Stati che hanno fatto richiesta di aderire alla UE c’è la Turchia, ma ancora non è stata ammessa a causa delle discriminazioni contro la minoranza curda, e per l’occupazione della parte settentrionale dell’isola di Cipro, che crea tensioni con la Grecia. Altri paesi in attesa di entrare a far parte della UE sono: l’Islanda, la Serbia, la Macedonia, la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro, il Kosovo e l’Albania.



Le istituzioni europee

di Alessio Ricotti

L’Unione Europea è un organismo sopra-nazionale. Gli stati rinunciano a parte della loro sovranità, delegando all’Unione il compito di emanare le leggi sui temi di politica comunitaria.

L’Unione Europea si propone di realizzare:

  • l’unione doganale (mancanza di dazi interni e determinazione dei dazi esterni);
  • la libera circolazione delle merci, delle persone e dei capitali;
  • uno spazio di libertà, giustizia e sicurezza;
  • la riduzione delle disuguaglianze (di genere, di etnia,...);
  • una politica di sicurezza estera comune.

Le istituzioni emanano:

  • direttive: che sono immediatamente leggi valide per tutti i cittadini degli stati europei;
  • regolamenti: che valgono per tutti i cittadini europei ma devono essere prima convertite in leggi da ciascuno stato.

Le istituzioni europee sono:


La Commissione Europea:


formata da 28 commissari nominati dal Consiglio Europeo, con competenze nei diversi settori, e cambiano ogni 5 anni. Ogni commissario si occupa di un settore diverso. Il compito della Commissione è di proporre nuove leggi. Il presidente della Commissione è il lussemburghese Jean-Claude Juncker; il Commissario europeo per l’Italia attualmente è Ferdinando Nelli Feroce. I Commissari si riuniscono a Bruxelles, in Belgio.

Il Consiglio dei Ministri dell’Unione:


insieme al Parlamento approva le leggi e ha sede a Bruxelles; ogni volta che si riunisce su un determinato tema, partecipano alle riunioni i 28 ministri dei vari Stati, competenti su quell’argomento. La Presidenza del Consiglio viene assunta per sei mesi, a turno, da uno degli stati dell’Unione. 

Il Parlamento Europeo:


è composto da 736 parlamentari eletti ogni 5 anni dai cittadini europei, la sua sede è a Strasburgo, in Francia. Ha il compito di approvare le leggi proposte dalla Commissione. Il Presidente del Parlamento Europeo è eletto dal Parlamento stesso e resta in carica per due anni e mezzo. L’attuale Presidente è il tedesco Martin Schulz.

Il Consiglio Europeo: 


è composto dai 28 Capi di Stato o di Governo dei Paesi dell’Unione. Si riunisce a Bruxelles. Ha il compito di nominare i Commissari Europei, il Presidente della Commissione e il Presidente della BCE, e fornisce gli indirizzi delle politiche comunitarie. Il Presidente attuale è il polacco Donald Tusk.

La Banca Centrale Europea: 


emette la moneta per 17 dei 28 stati membri, quelli che hanno adottato l’Euro, ed è responsabile delle politiche monetarie dell’Unione Europea. Ha sede a Francoforte (Germania). Il Presidente è nominato dal Consiglio Europeo, e attualmente è Mario Draghi (italiano).

La corte di Giustizia Europea: 


interpreta il diritto dell'UE perché esso venga applicato allo stesso modo in tutti i paesi dell'UE. Ha sede a Lussemburgo, ed è costituita da un giudice per ciascuno Stato membro.

Il Servizio Europeo per l'Azione Esterna: 


gestisce le relazioni diplomatiche internazionali dell'UE. Si propone di rendere più coerente ed efficiente la politica estera dell'UE per accrescere l'influenza dell'Europa nel mondo. La sede è a Bruxelles. A capo del SEAE è l’Alto Rappresentante per la politica estera e la politica di sicurezza, nominato dal Consiglio Europeo. Attualmente il ruolo è ricoperto da Federica Mogherini.